La richiesta, partita dalle associazioni dei pazienti, è stata approvata dal Consiglio Regionale. Pinuccia Musumeci, presidente Toscana Donna: “Entro poche settimane è prevista la delibera della Giunta”. Gianni Amunni, presidente ISPRO: “Quattro trattamenti risparmiati ogni cinque esami eseguiti”


Ogni anno, in Toscana, si stimano circa 3.500 nuovi casi di tumore della mammella. Oltre il 70% presenta una malattia in stadio iniziale, positiva ai recettori ormonali e negativa alla proteina HER2. Per la prevenzione delle recidive, almeno il 50% di queste pazienti viene trattato con la chemioterapia associata all’ormonoterapia, dopo l’intervento chirurgico. Ma solo una percentuale decisamente inferiore ne trae benefici reali. Oggi è disponibile un test genomico con valore predittivo, cioè in grado di indicare se la chemioterapia è necessaria o bastano le cure endocrine. Un grande vantaggio per le pazienti, perché la chemioterapia può ancora causare pesanti effetti collaterali, con conseguenze sulla vita familiare e professionale. In Toscana, alle donne colpite da neoplasia della mammella sarà presto garantito il diritto di accedere gratuitamente al test, seconda Regione in Italia ad assumere questa decisione dopo la Lombardia (e la Provincia Autonoma di Bolzano).

 

Scuola, dall’help desk alle modalità di ingresso e uscita, all’igienizzazione degli spazi: firmato il Protocollo di sicurezza per la ripresa di settembre. Azzolina: “Accordo importante, tuteliamo la salute di tutti”

Il Ministero dell’Istruzione ha sottoscritto questa mattina con le Organizzazioni sindacali il Protocollo di sicurezza per la ripresa di settembre.

“Si tratta di un accordo importante che contiene le misure da adottare per garantire la tutela della salute di studentesse, studenti e personale, ma anche impegni che guardano al futuro e al miglioramento della scuola come il contrasto delle cosiddette classi ‘pollaio’, una battaglia che porto avanti da tempo e che rappresenta una priorità - ha detto la Ministra Lucia Azzolina, aprendo il tavolo per la firma -. Ringrazio le Organizzazioni sindacali e quanti, nel nostro Ministero, in quello della Salute, nel Comitato Tecnico Scientifico, si sono prodigati per questo risultato molto atteso dalle scuole. Come Governo avevamo promesso di trovare le risorse per la ripresa e lo abbiamo fatto: abbiamo 2,9 miliardi e stiamo mettendo anche fondi per consentire agli Enti locali di affittare spazi per le lezioni. Non era un risultato facile, ma lo abbiamo ottenuto”.

 

Ricercatori dell’Istituto di biochimica e biologia cellulare del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr- Ibbc) di Monterotondo, hanno dimostrato che la Spermidina, una sostanza presente naturalmente in molti cibi, è in grado di correggere i difetti di memoria, rimettendo in moto i neuroni, in soggetti di mezza età predisposti al declino cognitivo grazie alla sua azione di “pulizia” degli aggregati proteici tossici accumulati nel cervello. Lo studio è pubblicato sulla rivista Aging Cell.

Un team di ricerca dell’Istituto di biochimica e biologia cellulare del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ibbc) e del Telethon institute of genetics and medicine (Tigem) coordinato da Elvira De Leonibus, in uno studio pubblicato sulla rivista Aging Cell, descrive uno dei possibili meccanismi attraverso cui la Spermidina, in soggetti di mezza età predisposti al declino cognitivo, ripristina la memoria nell’invecchiamento grazie alla sua azione di “pulizia” degli aggregati proteici tossici accumulati nel cervello. La Spermidina è una poliammina in grado di favorire la longevità attraverso un’azione protettiva sul sistema cardiaco ed è stata anche testata sulla neurodegenerazione nella drosofila, il moscerino della frutta.


La ricerca coordinata da Generoso Bevilacqua, già professore di Anatomia Patologica dell’Università di Pisa, è stata pubblicata sulla rivista “Aging”


Un virus umano fino ad ora sconosciuto e possibile causa del cancro mammario umano è stato identificato in alcuni resti umani dell’Età del Rame e del periodo rinascimentale. La notizia arriva da uno studio pubblicato sulla rivista americana “Aging” ideato e condotto da Generoso Bevilacqua, già professore di Anatomia Patologica dell’Università di Pisa insignito dell’Ordine del Cherubino. La ricerca ha analizzato i resti di 36 individui vissuti fra il 2700 a.C. e il XVII secolo d.C. trovando in sei di essi tracce molecolari di un virus umano fino ad ora sconosciuto, un betaretrovirus molto simile all’MMTV (Mouse Mammary Tumor Virus), che è l’agente causale dei tumori mammari del topo.

“Convinto dell’eziologia virale della malattia umana, ma al contempo convinto che il virus del topo non potesse passare alla donna – racconta Bevilacqua - mi sono persuaso dell’esistenza di un virus umano simile e ho dedicato gli ultimi quindici anni della mia attività di ricerca a cercare di individuarlo”.


Uno studio condotto dal Joint Research Center della Commissione Europea, a cui ha partecipato l’Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Cnr getta le basi per comprendere quanto il nostro metabolismo influenzi la propensione a mentire. Dall’esperimento è emerso che mentire dipende in parte dai livelli di glucosio nel sangue e che potrebbe essere associato all’obesità. I risultati sono stati pubblicati dalla rivista Scientific Reports

 

Uno studio a cui ha partecipato l’Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Istc), condotto dal Joint Research Center della Commissione Europea e il Gate-Lab del Cnr francese, getta le basi per comprendere l’influenza del metabolismo sulla propensione a mentire. I ricercatori hanno lavorato con 150 soggetti sperimentali, e hanno dimostrato che la propensione a dire il falso dipende in parte dai livelli di glucosio nel sangue e che potrebbe esserci un legame con l’obesità. Questi risultati sono stati pubblicati dalla rivista Scientific Reports del gruppo Nature.

“Ad oggi, sappiamo che i cambiamenti dello status energetico a breve termine, come quelli indotti dal digiuno o dalla sazietà, e quelli a lungo termine, come quelli associati all'obesità, possono influenzare una vasta gamma di processi cognitivi, quali memoria, attenzione, propensione al rischio e autocontrollo. Quest’ultimo è un elemento centrale per la capacità di compiere scelte etiche e morali”, spiega Eugenia Polizzi, ricercatrice Cnr-Istc e prima autrice dello studio.


Una fregata FREMM ci costa quanto lo stipendio per un anno di 10.662 medici, per un caccia F-35 si spende la stessa cifra che serve per allestire 3.244 posti letto in terapia intensiva, un sottomarino nucleare di classe Virginia costa come 9.180 ambulanze.

L’industria bellica viene percepita come una risorsa per l’economia e una necessità per la sua sicurezza: una nuova ricerca dell’unità investigativa di Greenpeace, realizzata dopo il Covid-19, dimostra non solo quanto la spesa militare sia improduttiva ma anche quanto sia necessario investire di più su welfare, istruzione, ambiente per preparare il Pianeta ad affrontare minacce meno visibili ma già in atto.

L’attuale pandemia, infatti, ha dimostrato con estrema forza che la spesa in armamenti non garantisce la sicurezza e che i tagli alla sanità pubblica, solo per fare un esempio, hanno messo a rischio l’intera popolazione.

“La nostra ricerca parte da una domanda semplice. Per metterci “al sicuro” ha più senso spendere per l’acquisto di un carro armato o per decine di migliaia di tamponi? Se questi ultimi mesi ci hanno insegnato qualcosa, è che la sicurezza non si raggiunge con la potenza militare. Dovremmo ripensare la spesa pubblica affinché serva la salute e il reale benessere delle persone e del Pianeta”, dichiara Chiara Campione, portavoce della campagna Restart di Greenpeace Italia. Da qui il nome del progetto: le Persone e il Pianeta Prima del Profitto, per “chiedere al Governo italiano di usare i soldi pubblici investendo su salute, educazione, energie rinnovabili, green jobs, agricoltura ecologica, trasporto pubblico e disinvestire dalle spese belliche”, aggiunge.


La ASST di Monza è stata in prima linea durante la fase acuta dell’epidemia, oltre 1750 pazienti trattati tra marzo e maggio e ha sostenuto uno dei più grandi studi di storia naturale della malattia, STORM, che ha raccolto i sieri di oltre 600 pazienti durante la pandemia e che serviranno per le ricerche future.

Ora si prepara, con l’Università di Milano Bicocca, ad avviare insieme ad altri 2 centri italiani la sperimentazione di Fase 1 su volontari sani del vaccino tutto italiano prodotto da Takis e Rottapharm Biotech.

Nel campo dei vaccini contro il nuovo Coronavirus esistono diverse piattaforme tecnologiche. Quella in sviluppo da parte di Takis e Rottapharm Biotech è basata sul DNA ed è molto innovativa, anche dal punto di vista clinico.

Secondo il prof. Paolo Bonfanti, Professore Associato di Malattie Infettive dell’Università di Milano Bicocca e Direttore del Reparto di Malattie Infettive del San Gerardo “il vaccino è innovativo perché, a differenza di altri attualmente in sperimentazione, non utilizza per la produzione di anticorpi un vettore virale, per esempio un adenovirus inattivato, ma è costituito da un frammento di DNA che, una volta iniettato nel muscolo stimola una reazione immunitaria (sia di tipo anticorpale che cellulare) che previene l’infezione”. “Questa piattaforma tecnologica” prosegue Bonfanti “assicura inoltre la ripetibilità della vaccinazione se la risposta non fosse duratura”.

Con l’arrivo dell’estate e l’innalzamento delle temperature, il nostro organismo ha l’importante compito di mantenere costante la temperatura corporea: e per farlo mette in pratica la termoregolazione.

Può accadere però che questo sistema di regolazione non funzioni correttamente, ad esempio in persone più “fragili” come gli anziani o i bambini, oppure quando vi è un elevato tasso di umidità. Se la termoregolazione si blocca, si può creare un accumulo di calore che causa un innalzamento improvviso della temperatura corporea, condizione definita come colpo di calore.

In Italia, nel periodo estivo, sul sito del Ministero della Salute è presente un bollettino giornaliero che mostra attraverso differenti colorazioni i livelli di rischio delle ondate di calore in molte città italiane per fornire a tutti i cittadini una “mappa del caldo” che consenta di affrontare nella maniera più adeguata e sicura le giornate estive.

Confermata l’ipotesi di una relazione tra Coronavirus e disfunzione tiroidea. Pubblicato uno studio sulla prestigiosa rivista “Lancet D&E” a cura di un gruppo di ricercatori del Policlinico di Milano. Ora allo studio i possibili danni permanenti.

Il Coronavirus non colpisce solo i polmoni e diversi studi scientifici stanno smascherando questo virus mettendone in luce alcuni meccanismi che portano l’intero organismo a manifestare sintomi e malattie associate.

E’ ciò che è successo con uno studio condotto da medici ricercatori del Policlinico di Milano, pubblicato sulla prestigiosa rivista Lancet (Diabetes and Endcrinology), che ha messo in evidenza una stretta correlazione tra la presenza del virus SARS CoV-2 e lo sviluppo di una infiammazione alla tiroide. E’ noto infatti che il virus del Covid-19 genera una risposta sregolata del sistema immunitario che porta ad infiammazioni ed è proprio qui che la ghiandola tiroidea può essere terreno fertile per provocare danni, anche permanenti. I sospetti rilevati dai primi pazienti ricoverati nelle Terapie Intensive, hanno dato al via all’indagine condotta da un team di endocrinologi e infettivologi guidati da Mario Salvi e Andrea Gori.


Lo studio è stato condotto dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù insieme all’Istituto Superiore di Sanità e ad altri centri internazionali. La patologia, della famiglia delle RASopatie, è dovuta a mutazioni del gene MAPK1 e all’iperattivazione della via di comunicazione intracellulare promossa da questa proteina.
Individuata una nuova sindrome del neurosviluppo causata dalla mutazione di un gene denominato MAPK1 e riscontrata a oggi in soli 7 bambini nel mondo. La patologia fa parte delle RASopatie, un gruppo di malattie rare di origine genetica caratterizzate da un quadro clinico che include bassa statura, dismorfismi facciali, deficit cognitivo variabile, un ampio spettro di difetti cardiaci, anomalie a carico dell’apparato scheletrico e anche una predisposizione all’insorgenza di neoplasie in età pediatrica. La scoperta, effettuata da clinici e ricercatori dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, dell’Istituto Superiore di Sanità e di altri centri europei e statunitensi, è stata pubblicata sulla rivista scientifica American Journal of Human Genetics.

 

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