Fino ad alcuni decenni fa gli astronomi erano convinti che la gravità
fosse l'unica forza responsabile dell'Universo su larga scala così come
era stato descritto nella teoria della relatività generale di Einstein.
Tuttavia da qualche anno è stato osservato che le galassie si
allontanano tra loro ad una velocità che sembra maggiore di quanto ci
si aspetta dalla semplice espansione dovuta al Big-Bang.

Il satellite AGILE, lanciato nell'aprile del 2007 dall'Agenzia Spaziale Italiana per studiare i fenomeni più violenti dell'Universo, ha da poco compiuto il suo primo anno in orbita, e continua a dare alla comunità scientifica risultati di grande rilevo. Ne è un esempio la recente campagna di osservazioni di un oggetto di grande interesse, di cui era stata già osservata in passato l'attività in altre lunghezze d'onda ma che AGILE ha potuto "vedere" anche nei raggi gamma, la banda di energia più alta nell'Universo.

Il satellite NASA Swift, dedicato allo studio dei lampi di raggi gamma, le più potenti esplosioni che avvengono nell’Universo, ha fatto cinquecento. Il 13 aprile scorso gli strumenti a bordo dell’osservatorio orbitante hanno infatti registrato il cinquecentesimo evento dall’inizio della missione, che ha preso il via nel novembre del 2004.

Nella sua lunga e prolifica "caccia" ai lampi gamma, Swift ha finora dato agli astronomi di tutto il mondo grandi soddisfazioni. “Dall’identificazione dei lampi di raggi gamma "brevi" allo studio "in diretta" dell’esplosione di una Supernova fino alla scoperta del GRB più distante mai identificato, ad otre 13 miliardi di anni luce da noi, solo per citarne alcuni, Swift ha collezionato una lunga serie di successi” dice Guido Chincarini, Responsabile scientifico italiano per la missione. “Oggi l’enorme mole di dati accumulati è una miniera di informazioni preziosissime per comprendere in dettaglio i processi fisici che stanno alla base dei fenomeni più violenti del nostro Universo”.
Il merito di questi risultati, fondamentali per la ricerca astrofisica, è anche di scienziati, tecnici e industrie del nostro Paese. L'Italia con l’INAF-Osservatorio Astronomico di Brera ha collaborato con i partner statunitensi e inglesi all’ideazione e alla realizzazione della missione, producendo anche gli specchi del telescopio a bordo di Swift dedicato alle osservazioni nei raggi X, che è fondamentale per individuare con precisione la posizione nel cielo dei lampi gamma e, quindi, determinarne con certezza la loro distanza. “Swift ha rappresentato per l'Italia non solo un grande successo scientifico, ma anche tecnologico” sottolinea Giovanni Pareschi, direttore dell’INAF-Osseratorio Astronomico di Brera. “Il modulo ottico con specchi in nichel elettroformato, sviluppato per ASI sotto la responsabilità INAF-Osservatorio Astronomico di Brera in collaborazione con Media Lario, ha funzionato secondo le aspettative”. L'Agenzia Spaziale Italiana fornisce inoltre al progetto Swift l'utilizzo della stazione di Malindi in Kenia, una struttura decisiva per il corretto svolgimento della missione. Italiano è anche il consorzio responsabile dello sviluppo delle procedure di analisi dei dati raccolti dal telescopio X. Nel nostro Paese tutti i dati registrati da Swift sono sotto la responsabilità del Centro Dati denominato Italian Swift Archive Center (ISAC), che è composto da due soggetti: l'ASI Science Data Center (ASDC) a Roma e l'INAF-Osservatorio Astronomico di Brera.

In che modo si sono sviluppate le prime galassie agli albori dell’Universo? E’ questa una delle domande più dibattute dell’astrofisica e della cosmologia contemporanea. Fino ad ora l’idea prevalente tra gli scienziati era che fossero drammatici e spettacolari scontri fra galassie a formare gli oggetti più massicci osservati, come ad esempio la nostra Via Lattea. Oggi però un lavoro pubblicato sull’ultimo numero della rivista Nature da parte di un team tutto italiano di ricercatori dell’INAF e dell’Università di Firenze propone un nuovo scenario: le prime galassie si sarebbero accresciute catturando enormi quantità di gas, essenzialmente idrogeno ed elio, presente in regioni di spazio vicine ad esse.

“Da qualche anno alcuni modelli teorici e osservazioni di galassie lontane hanno cominciato a suggerire che l’assorbimento continuo di gas potesse essere uno dei meccanismi principali che guida la formazione di nuove stelle nelle galassie più massicce dell’Universo primordiale” spiega Giovanni Cresci, dell’INAF-Osservatorio Astrofisico di Arcetri, primo autore dell’articolo. “Tuttavia mancava ancora l’osservazione diretta di questo gas all’interno delle galassie stesse: grazie agli innovativi e potenti strumenti del Very Large Telescope (VLT) ci siamo finalmente riusciti”.

Gli astronomi hanno utilizzato lo strumento SINFONI installato al telescopio VLT dello European Southern Observatory (ESO) in Cile, per studiare la composizione chimica del gas presente in tre galassie a disco, distanti oltre 12 miliardi di anni luce da noi e che quindi si erano già formate solo 2 miliardi di anni dopo il Big Bang. Il punto di forza di SINFONI è la sua capacità di fornire informazioni su come è distribuita la materia nelle galassie e, soprattutto, da cosa è composta. Questo ha permesso di studiare per la prima volta in galassie così distanti la variazione della composizione chimica del gas dal loro centro fin verso la periferia.

Gli astronomi sanno da sempre che in molte osservazioni dell’Universo più distante una parte consistente della luce emessa dai corpi celesti non viene osservata. Ora, grazie ad un’indagine estremamente approfondita compiuta usando due dei quattro telescopi giganti da 8,2metri che compongono il Very Large Telescope (VLT) dell’ESO ed un apposito e specifico filtro, gli astronomi hanno determinato che una larga frazione delle galassie la cui luce impiega 10 miliardi di anni a raggiungerci è rimasta a noi sconosciuta. L’indagine ha permesso inoltre di scoprire alcune delle galassie più deboli mai trovate a questo stato iniziale dell’universo.

Gli astronomi usano frequentemente la forte , caratteristica “impronta digitale” della luce emessa dall’idrogeno conosciuta come la riga Lyman –alfa, per determinare il numero di stelle che si sono formate in un Universo molto distante [1]. C’è stato a lungo il sospetto che galassie molto distanti andassero perse in queste indagini. La nuova osservazione del VLT dimostra, per la prima volta, che questo è esattamente quello che sta accadendo. La maggior parte della luce Lyman-alfa  resta intrappolata dentro la galassia che la emette, e il 90% delle galassie non si mostra alle indagini condotte in Lyman-alfa.

Gli astronomi hanno sempre saputo che stavano perdendo qualche frazione delle galassie nelle osservazioni Lyman-alfa” spiega Matthew Hayes, il primo autore delle studio, che esce questa settimana su Nature, “ma per la prima volta ora noi abbiamo una misurazione. Il numero di galassie perse è sostanziale”.

Per riuscire a capire quanto della luminosità totale andasse persa, Hayes e il suo team ha usato la camera FORS al VLT e un apposito filtro in banda stretta [2] per misurare questa luce Lyman-alfa, seguendo la metodologia standard delle osservazioni in Lyman-alfa. Poi, usando la nuova camera HAWK-I, unita ad un altro telescopio del VLT, hanno esaminato la stessa area dello spazio per luce emessa ma a una differente lunghezza d’onda, anche questa emessa dall’idrogeno eccitato, e conosciuta come la riga H-alfa. Hanno specificatamente indirizzato lo sguardo alle galassie la cui luce stava viaggiando da 10 miliardi di anni (redshift 2.2 [3]), in una ben conosciuta area del cielo, chiamata campo GOODS-South.

Nuove ricerche prendono di mira il sistema immunitario degli astronauti sulla ISS: la microgravità, avvertita dal corpo umano come situazione stressogena, li espone a maggiori rischi per la salute a causa di un deficit immunitario. Viaggi spaziali, occhio all’influenza. Ammalarsi non è divertente per nessuno ma per alcuni può rappresentare un serio problema, soprattutto se il dottore non è propriamente a portata di mano: lo sanno bene gli astronauti che abitano la Stazione Spaziale che, vivendo in condizioni di microgravità per lunghi periodi, sono maggiormente esposti al rischio di stress immunitario e perciò più soggetti a malattie. Proteggere la salute dell’equipaggio in orbita sopra la Terra e, in prospettiva futura, abilitare nuove leve a impegnative crociere alla volta di Marte, è una priorità per la NASA quanto per le altre Agenzie spaziali. Recenti ricerche, condotte a bordo del laboratorio ISS, esaminano dettagliatamente il sistema immunitario degli astro-esploratori residenti, con l’obiettivo di comprendere le risposte del corpo umano allo spazio e la suscettibilità del gruppo astronauti alle malattie.

Una nuova ricerca, basata sulle osservazioni di una tempesta solare del 2014, sosiene che le attività violente della nostra stella possono generare un esubero o un impoverimento di elettroni nella ionosfera terrestre. I rischi per le comunicazioni però restano

Cortocircuito negativo nell’alta atmosfera terrestre? Occhio alle tempeste solari. Che le attività violente in atto sulla nostra stella fossero responsabili di un eccesso di particelle cariche, distribuite in corrispondenza dei poli terrestri - con un conseguente disturbo alle comunicazioni, ai sistemi di navigazione e alle reti elettriche - era cosa nota nell’ambiente. La novità ora sarebbe che al temperamento esplosivo del Sole sarebbe imputabile anche dell’effetto opposto. Secondo un recente studio, condotto da un gruppo internazionale di ricercatori e apparso recentemente sulla rivista Radio Science, le “turbolenze” del nostro astro madre possono anche indurre alla fuga le particelle dotate di carica elettrica negativa. Generando un identico il risultato: danni alle costellazioni satellitari, ai sistemi radio e alle reti energetiche.

Il disco di polvere che circonda la giovane stella HD 169142 ripreso da ALMA (Atacama Large Millimeter/submillimeter Array) dell’ESO

 

Un team di ricercatori guidati da Davide Fedele, dell’Istituto nazionale di astrofisica di Firenze, ha individuato la traccia della presenza di due pianeti in formazione attorno alla giovane stella HD 169142, distante da noi circa 470 anni luce. I due pianeti avrebbero masse paragonabili a quella del nostro Giove. Il disco di polvere che circonda la giovane stella HD 169142 ripreso da ALMA (Atacama Large Millimeter/submillimeter Array) dell’ESO. Gli anelli vividi sono ampie strisce di polvere, separate da profondi spazi vuoti. Crediti: ALMA (ESO / NAOJ / NRAO)/ Fedele et al Grazie alle dettagliate riprese del telescopio Alma (Atacama Large Millimeter-submillimeter Array) dell’Eso, un team internazionale di ricercatori guidati da Davide Fedele, dell’Istituto Nazionale di Astrofisica di Firenze, ha individuato la traccia della presenza di due pianeti in formazione attorno alla giovane stella Hd 169142, distante da noi circa 470 anni luce e situata in direzione della costellazione del Sagittario. I due pianeti avrebbero masse paragonabili a quella del nostro Giove.

NASA e IKI progettano i prossimi passi di Venera D, la missione spaziale deputata all'esplorazione ddi Venere, pronta a volare nel 2026. L'obiettivo sarà studiare il suo clima grazie all'uso di un orbiter, un lander e un veicolo che plani nell'atmosfera.

Washington e Mosca fanno rotta su Venere. L’Agenzia spaziale americana e la IKI - Russian Academy of Sciences’ Space Research Institute – sono a lavoro per stilare l’agenda dei prossimi appuntamenti con lo spazio: il primo obiettivo condiviso sarà definire i prossimi passi per lo sviluppo della missione Venera D – la prima sonda con destinazione Venere progettata per essere lanciata nel 2026 dalla Russia ed erede della generazione delle Venera, spedite dalla vecchia Unione Sovietica.

 

Uno studio condotto sulla base delle rilevazioni dell'osservatorio ESO VLT, svela che nelle galassie più distanti e antiche la materia oscura scarseggia mentre la fa da padrona nei dintorni della Via Lattea. La ricerca si basa sul calcolo delle velocità di rotazione.

Quanto “pesa” la materia oscura ai confini del cielo? Meno del previsto, a quanto sembra. Un gruppo internazionale di ricerca, guidato da Reinhard Genzel del Max Planck Institute for Extraterrestrial Physics, ha utilizzato gli strumenti KMOS and SINFONI istallati sul Very Large Telescope dell’ESO per misurare la velocità di rotazione di sei galassie massive e brillanti nell’Universo remoto, a caccia di indizi sulla misteriosa componente di cui si fa un gran parlare… ma che nessuno ha mai visto. A differenza infatti della cosiddetta materia normale - composta da stelle scintillanti, gas incandescente e polvere – l’elusiva materia oscura non è facile da individuare: non emette o assorbe né riflette luce e la sua presenza può essere presunta solo a partire dagli effetti gravitazionali che genera sugli oggetti che circonda.

 

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