Interrompiamo il programma

Emanuele Bucci 19 Nov 2008
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in FANTASCIENZAONLINE

Non era la sua figura ad affascinarmi. Non erano il taglio degli occhi o il colore dei capelli o la forma della bocca. Non era il suo corpo, né il suo profumo. Era il suo dolore. C’era qualcosa di inesorabilmente magnetico nei suoi singhiozzi, nelle vibrazioni della voce, ora sommesse e ora incredibilmente acute, nel debordante strazio che progressivamente frantumava la lieve patina di compostezza con la quale all’inizio si era presentata. Non provavo certo piacere nel vederla così manifestamente soffrire. Era più una sorta di curiosità, che mano a mano si tramutava in bisogno, in una vera e propria dipendenza. Non sarei riuscito a staccarle gli occhi di dosso. E non avrei saputo stabilire se era una curiosità dovuta alla voglia di capire quel dolore e le sue ragioni, oppure un mero desiderio di contemplazione, di osservazione apparentemente sterile. In assenza di spiegazioni razionali, preferivo abbandonarmi a ciò che i miei istinti suggerivano fosse positivo.

“Lo stai filmando?” Marzia non pronunciò quella frase ad alta voce, per evitare di compromettere l’immediatezza del flusso di parole che scivolava come un getto d’acqua dalla bocca della donna di fronte a noi. Eppure, il breve e fugace sguardo col quale mi squadrò parlava chiaro. Voleva accertarsi che non avessi lasciato ai miei pensieri avere la meglio sulla mia professionalità. Ma Marzia poteva stare tranquilla, e ne era conscia. Ero il suo cameraman, la sua spalla, colui che immortalava i risultati delle sue fatiche, il prodotto di lunghe ore di pianificazione.
Ascoltare i resoconti di quelli che erano più vicini alle vittime costituiva l’ultima parte dei nostri servizi, ma anche una delle più difficili. Forse perché rimaneva sempre vivo il dubbio, il timore che in fondo quella gente sapesse che cosa era realmente accaduto, che cosa avevamo fatto e che cosa facevamo io e Marzia per vivere. Forse quella gente sapeva che eravamo stati noi ad uccidere i loro cari. Non con le nostre mani, certo. Ma avevamo comunque progettato tutto nei minimi dettagli, l’evento, le circostanze, le modalità dell’assassinio. Avevamo concordato con i sicari quale tipo di delitto dovesse sembrare che fosse avvenuto. Poi avevamo condotto le false inchieste, tutte finalizzate a tenere l’ascoltatore, lo spettatore, il nostro fedele appassionato, sul filo del rasoio, dandogli l’impressione che seguire accanitamente i nostri reportages avrebbe potuto fare qualche differenza. Avrebbe potuto fargli credere di non essere controllato. Probabilmente era questo che ci permetteva di stare tranquilli. La consapevolezza che tutti, vittime, testimoni, spettatori, tutti erano manovrati da fili invisibili che gente come me e Marzia aveva il privilegio di conoscere e, occasionalmente, di muovere. Non se ne sarebbero mai resi conto, come avrebbero potuto? Dietro noi reporter c’erano le Agenzie di Informazione, lo stato al di sopra dello stato.
Un tempo, i giornalisti riportavano la realtà, a volte magari la modificano, la edulcoravano, ne manipolavano o ne omettevano alcuni dettagli. Adesso, i giornalisti creavano la realtà. Non più cronisti, ma autori della cronaca. E questo senza che nessuno di quei poveri comuni mortali, che si scervellavano davanti agli articoli o si lasciavano ipnotizzare dagli schermi televisivi, se ne rendesse conto. Del resto, anche se avessero saputo, non avrebbero potuto fare niente per arrestare questa inevitabile metamorfosi nell’industria dell’informazione. Ormai, il danno era stato fatto, la battaglia della gente comune per mantenere il controllo sulla realtà era stata persa ancora prima di essere cominciata. Erano già diventati vittime del bombardamento di notizie con cui radio, giornali, televisione, internet e tutti i sistemi di comunicazione li intorpidivano, li disorientavano e li condizionavano. La realtà aveva già perso consistenza per loro, non si ponevano più domande su quello che leggevano, che ascoltavano, che vedevano. I media non erano più lo strumento per la conoscenza della realtà, erano loro la realtà, a cui abbandonarsi nel circolo caotico della routine quotidiana.
Marzia ed io eravamo reporter di nera, e questo implicava un contatto diretto e costante con i capi della nostra Agenzia di Informazione, giorni e giorni di elaborazione degli eventi, disposizioni ai manovali di fiducia dell’Agenzia che si occupavano di fare il “lavoro sporco”, di eseguire i crimini e i delitti. Con straordinaria precisione e impeccabile efficienza, bisogna ammetterlo. Dei veri maestri nella loro arte. La loro abilità era tale che nessuno, neanche quei tetri e squallidi omuncoli che un tempo fungevano da forze dell’ordine, potevano sospettare nelle loro “indagini” che si fosse trattato di professionisti, ogni volta dei medesimi professionisti. A volte, Marzia ed io, d’accordo con l’Agenzia, riuscivamo a trovare dei capri espiatori per le inchieste, altre vittime da processare e incarcerare per il delitto. Al posto nostro.
La donna ormai aveva finito di piangere il terribile omicidio del marito per mano di due rapinatori dal coltello facile, e aveva faticosamente riacquistato una parvenza di controllo di sé. Marzia la ringraziò e le diede una simbolica somma per il suo gentile contributo al servizio. Una somma simbolica poiché tutta la gente come quella donna avrebbe pagato oro di tasca propria per comparire in televisione. Anzi, si può dire che il dolore apparentemente così intenso e lacerante che aveva manifestato, fosse ben poca cosa rispetto all’importanza data al piccolo grande mondo artificiale costituito dai programmi televisivi. Esserne diventata la protagonista era la consolazione per la sua tragedia, lo sarebbe stato per qualsiasi tragedia.
Finito il servizio, io e Marzia ci recammo alla sede del giornale per esaminare il nuovo materiale raccolto. La cosa più incredibile del mio rapporto con Marzia era che dopo tanti anni in cui facevamo coppia nel lavoro, ancora non riuscivo a capire cosa mi attraesse di lei, né che genere di attrazione fosse. Non avrei neanche saputo dire se fisicamente la trovassi bella o brutta. Era visibilmente non giovanissima, i suoi lineamenti avevano una sorta di poetica imperfezione, era abbastanza alta, più di me, ma per questo non ci voleva molto, visto che sono quasi un nano. Non c’era un elemento in particolare di lei che mi colpisse, eppure provavo un interesse irrefrenabile nell’osservarla, anche dopo tutto quel tempo. Ma soprattutto, mi sentivo unito a lei da un’intesa che non sarei mai riuscito a spiegare, provavo per lei un’ammirazione e un fascino che non avrei mai potuto chiamare amore, e che nonostante ciò sentivo forte come un legame ancora più indissolubile. Probabilmente derivava dalla sua personalità. I suoi atteggiamenti e il suo temperamento mi facevano sempre sentire più piccolo di lei, inferiore in un certo qual modo, ma questo non mi dispiaceva affatto. Non dico che mi ispirasse una vera e propria sottomissione, semmai un desiderio irrefrenabile di esserle utile e di abbandonarmi a lei, di farmi guidare da lei, mantenendo viva la mia identità, e allo stesso tempo offrendogliela spontaneamente, con la fiducia incondizionata che un allievo diligente ripone nel suo maestro, che un bambino piccolo ripone in sua madre. Quasi come se quel ruolo le si addicesse alla perfezione, Marzia non aveva mai fatto nulla per tradire la mia fiducia.
Era una donna energica, concreta, alcuni l’avrebbero definita dura. Ma la sua femminilità, intesa come dolcezza e sensibilità, era una parte importante di lei, quasi un premio che riservava a chi si prodigava per conoscerla fino in fondo, per stabilire un rapporto significativo con lei. Quando si fu seduta comodamente sulla scrivania della redazione, io le porsi il materiale girato che cominciò subito a visionare.
“Okay, direi che le ultime interviste sono riuscite piuttosto bene. Comunque, certi sfoghi non si possono davvero vedere. Cioè, guarda il fratello di questo tizio, si capisce che si odiavano. Poi, per fare bella figura davanti alle telecamere, ecco che parla del morto come fosse stato una specie di eroe! Ma la gente si rende conto di quanto è ipocrita?”
“A me è sembrato sincero.”
“Già, come no! Guarda come si sforza di piangere. Sta cercando disperatamente di trovare un motivo per farlo, sa che sarebbe di grande effetto. Eppure niente, non ci riesce. Guardalo, fra un po’ gli viene da ridere”.
Il cinismo di Marzia sarebbe potuto apparire sgradevole a un osservatore esterno, ma era uno degli aspetti che più mi intrigavano di lei. Si capiva che Marzia aveva un malessere. Il suo cinismo non era né la causa né un sintomo di quel malessere. Era un vaccino. L’unico possibile se si voleva prendere sul serio il nostro lavoro, il sistema in cui trascinavamo le nostre vite. Marzia non aveva mai espresso alcuna parola di critica nei confronti del suo lavoro, piuttosto in certe battute al vetriolo se la prendeva con il mondo, con l’umanità, con l’esistenza in senso generale. Sembrava quasi che, nell’organizzare complesse trame gialle ai danni di perfetti sconosciuti, Marzia sfogasse un suo viscerale disprezzo per la società umana.
Dopo aver finito il controllo, si stiracchiò ripetutamente, mi cinse delicatamente la spalla con un braccio, mi rivolse un breve sorriso che fece da intermezzo a due lunghi sbadigli.
“Beh, credo proprio di essere stanca. Stanca in una maniera indescrivibile. Tu hai da fare, adesso?”
“Pensavo di andare subito a portare il materiale all’Agenzia, per l’okay”.
“Bravo, se ci andassi da solo mi faresti un gran favore. Devo sbrigare le pagine d’informazione politica.”
“Ahi.”
“Ben detto”.
Provai una sincera compassione per Marzia. Stranamente l’unico aspetto della sua vita che non riusciva minimamente ad organizzare era il denaro. Aveva bisogno di lavorare in un’altra Agenzia, per sbarcare il lunario. L’Agenzia che si occupava della politica, l’unica che in un certo senso ancora fungesse da specchio, o meglio da filtro, degli avvenimenti. E per questo era terribilmente noioso e stressante. Con la meccanica spontaneità della routine, ci scambiammo i consueti saluti e ognuno uscì per la propria strada.


Oggi mi sento vecchia. Il cammino fino a casa è più lungo del solito. Sarà perché mi sembra di fare sempre più fatica a compiere tutte quelle piccole azioni della vita quotidiana, tanto importanti nel momento presente e nell’immediato futuro, quanto dannatamente futili per chi abbia la volontà e l’intelligenza di permettersi una visione più ampia della propria condizione.
Quando sono particolarmente lucida e i miei pensieri si condensano in immagini straordinariamente nitide, annoto delle riflessioni nella mia testa come fosse un taccuino o un diario. Esattamente quello che sto facendo adesso. Com’è naturale, cerco di non perdere l’asciuttezza e la sintesi che mi hanno permesso di diventare una cronista di rilievo. Ma questo non significa che nelle pagine segrete del mio intimo mi debba limitare.
Sono appena tornata da un altro, anonimo bagno nell’idiozia umana. E non mi posso ancora permettere un sano stacco, un po’ di meritato riposo. Non resisto alla tentazione di buttarmi sul divano subito dopo aver acceso il computer. Ho un mal di piedi che mi sta uccidendo. Se ci fosse qui il mio piccolo cameraman, potrei chiedergli di farmi un massaggio. Sono certa che a lui piacerebbe. Ha una sorta di venerazione nei miei confronti, l’ho capito fin dai primi giorni che abbiamo cominciato a lavorare insieme, quando mi seguiva come un cagnolino. Adesso è un po’ diverso, siamo alla pari, almeno professionalmente parlando. Nel personale, è tutto un altro discorso. Gianni, il mio cameraman. Chissà cos’è che ci tiene ancora insieme. In genere più conosci una persona e più questa ti rivela il peggio di se stessa. Gianni non è così. Forse è l’unico che mi faccia davvero tenerezza. Con quella faccia da bambino. Se l’amore non è necessariamente passione, seduzione, corteggiamento e tutte quelle altre cazzate, ma un sentimento che va al di là delle regole, delle convenzioni, delle logiche del corpo e della mente, allora io potrei definirmi innamorata di Gianni. Vorrei abbracciarlo. Solo questo. Non per forza portarmelo a letto, mi accontenterei di abbracciarlo, per confortarlo, per rassicurarlo, un po’ come se fossi sua madre.
Ho commesso un errore terribile. Mi sono lasciata andare. Ho perso mezz’ora stravaccata sul divano come se non avessi nulla da fare. E’ il momento di dedicarmi a quel corteo di maschere e buffoni dove più che ciò che si dice conta come lo si dice. La politica, insomma.
E’ strano. Un tempo avrebbero definito disonesto quello che sto facendo, e mostruoso invece fare cose come organizzare omicidi per lucrarci sopra. Probabilmente è ancora così, dal punto vista etico e umano. Perché allora non provo nessun rimorso? Neanche se mi impegno. La mia realizzazione individuale deve necessariamente essere anteposta al benessere degli altri. E’ un’idea così aberrante? Ogni essere umano conserva radicata come istinto questa fondamentale consapevolezza. Le azioni altruistiche non sono altro che un modo per sentirci soddisfatti di noi stessi, del nostro personale ruolo all’interno della società, per non sentirci egoisti. Come nel rapporto sessuale, l’individuo che s’illude di stare cercando il piacere del proprio partner, in realtà cerca solamente il suo piacere. Tutto ciò che l’essere umano può mai avere a cuore si riduce a un solo, drastico elemento: se stesso.
Alcuni potrebbero dire che la mia è solo la sconfortante giustificazione di una donna che da bambina è sempre stata offesa, umiliata, maltrattata. I miei genitori mi dicevano che ero brutta, i miei insegnanti che ero scema, dalle coetanee sono stata considerata, nell’ordine, un’asociale, una mezza suora, una puttana, un’opportunista e tutti gli stereotipi con cui si potrebbe classificare una ragazza di oggi. Per l’altro sesso poi sono stata a metà fra un pezzo di carne da ripassarsi in ogni modo e in ogni punto possibile e una sorta di maestoso trofeo da mettere su un piedistallo e pulire con lo straccio ogni volta che s’impolvera. Con questa storia alle spalle, ammetto che potrebbe essere tutto un problema mio. Forse. Ma di fatto quella consapevolezza che il centro della vita possiamo essere solo noi stessi, la vedo in ogni donna o uomo che incontro, solo mascherata da una discarica di ipocrisia.
Ora che abbiamo appeso per la lingua il Grillo Parlante, dedichiamoci seriamente al lavoro. Il partito politico attualmente al governo ha fornito all’Agenzia tutte le disposizioni del caso, non sia mai che l’informazione non cavalchi l’onda di chi è al potere.
Sono così buffi, questi nostri statisti. Qualunque sia la loro età, il loro partito, la marca del loro dentifricio. Non fa differenza. In un mondo come il nostro, in cui sono le Agenzie ad avere l’effettivo e totale controllo sulla società, fanno tutti parte di un grande e patetico gioco dell’oca.

Prendiamo il nostro presidente, ad esempio. Il discorso che ha pronunciato stamattina alla commissione del Consiglio Internazionale parla chiaro. Si fa per dire. La verità è sempre un tabù che nemmeno i giornalisti possono permettersi di sfatare, figuriamoci i politicanti. Il nostro capo del governo ha dato a intendere che la Cina non gli è troppo gradita. Vuoi per ragioni economiche, vuoi per ragioni sociali, vuoi per ragioni storiche, vuoi perché uscendo di casa aveva urtato un immigrato cinese che gli aveva risposto male. Certo, il presidente non ha mai pronunciato la parola “guerra” né qualche suo derivato, ma dopo ciò che ha detto sarà forse un miracolo se i nostri amici a Oriente non ci attaccheranno per primi. Che cosa devo fare, io? Informare? Approfondire? Se fossero questi i miei intenti, dovrei innanzitutto specificare che il nostro presidente e il premier cinese erano grandi amici fino a qualche tempo fa, avevano stipulato degli accordi definiti dagli stessi “molto vantaggiosi per entrambi”. Non mi è richiesto di turbare gli animi con notizie del genere. Non si tratta solo di ciò che vuole il partito della maggioranza al governo. Si tratta di cosa vogliono da me i lettori. E le due cose coincidono. La gente vuole il leader forte, lo statista vibrante ed energico che si muove deciso in difesa della patria contro una potenza straniera. Il servo prega il padrone di essere bastonato? E io puntualmente accontento entrambi. Non scrivo, ad esempio, che l’imminente intervento militare frutterà vantaggi soprattutto (o meglio solamente) ad alcuni uomini d’affari di entrambi i paesi, che guarda caso sono legati per vie diverse a società controllate dalle Agenzie. Scrivo piuttosto che, se come nazione siamo alle corde, la colpa è di un’oscura e non meglio definita massa di demoni gialli dagli occhi a mandorla, cito i finanziamenti sotterranei che Pechino ha devoluto ai terroristi dell’Alleanza Indiana, questi sì che sono dati che ci fa comodo ricordare. Soprattutto, faccio appello a tutte le fantasie di potere di impiegatucci stressati, alla frustrazione di casalinghe annoiate, alla confusione di teenager arrabbiati e di pensionati rimbambiti. Risveglio in loro il bisogno atavico dello stratega infallibile, che risolve tutti i problemi con la bacchetta magica.
Ecco fatto. Scritto l’articolo. Tutto è stato messo al posto giusto, senza troppe sfumature, semplice e lineare. Ci sono i buoni da una parte e i cattivi dall’altra. E’ così che ci piace la politica. E’ così che ci piace la vita.
Mi sento vecchia. Un’altra giornata di lavoro sta per volgere al termine, sono ancora più stanca di prima. Mi fanno ancora male i piedi.


L’odore era intenso, quasi nauseante. Un ibrido tra il cuoio delle poltroncine, il detersivo usato per lavare i pavimenti e il profumo del direttore, seduto sulla sua scrivania con le mani appoggiate al mento. C’era sempre un’aria condizionata da far venire i brividi e una luce soffusa rossastra. Gli uffici della direzione delle Agenzie erano spesso un capolavoro di eccentrica creatività. Questo lo era di sinistra creatività, almeno a mio parere. Per un attimo, mi chiesi cosa doveva star facendo in quel momento Marzia. Il direttore dell’Agenzia sembrò leggermi nella mente.
“Dov’è Marzia?”
“Lei… non è potuta venire.”
“E perché?” Malgrado le domande fossero dirette e quasi brusche, il tono del direttore era sempre misurato e flemmatico. Avrebbe potuto mandarti all’inferno senza mutare minimamente inflessione vocale.
“Uhm… Signore… Marzia non si sentiva molto bene, era stanca, pensavo… pensavo…”
“Se si sente abbastanza bene da venire qui, come penso che sia, la chiami. E subito.”
“Ma, insomma, se si tratta solo di controllare il materiale per la puntata di stasera, non c’è bisogno che lei sia…”
“Quel materiale lo può controllare qualcun altro. Abbiamo una cosa ben più urgente di cui discutere. E’fondamentale che ci sia anche Marzia. Riguarda sia te che lei.”
Marzia entrò qualche ora dopo sbattendo rumorosamente i tacchi. Gli occhi erano gonfi per la stanchezza, ogni suo minimo movimento lasciava intendere quanto fosse contrariata. Nelle condizioni in cui era sarebbe bastata una mezza parola sbagliata del direttore a provocare in lei un’autentica sfuriata nervosa. Le sfuriate di Marzia a volte erano capaci di far sentire il più sicuro e deciso degli uomini un bambino disobbediente che ha cercato di rubare la cioccolata. Anche se mi metteva un po’ paura quando le faceva, in realtà adoravo le sfuriate di Marzia.
Si sedette senza neanche salutare sulla poltrona accanto alla mia e fissò negli occhi il direttore.
“E allora, cosa c’è di tanto importante?”
Il direttore non si scompose minimamente. Oltre ad essere abituato al carattere di Marzia, sembrava davvero preso da qualcosa di infinitamente più importante, qualcosa che faceva sembrare tutto il resto una bazzecola.
“Bene. Ora che ci siete tutti e due…”
“Si tratta di un nuovo incarico? Ma non andava bene la nostra ultima inchiesta? Ce ne dobbiamo inventare una nuova?”
“In un certo senso, Marzia, mia cara. In un certo senso.”
D’un tratto, Marzia cambiò d’espressione. Qualcosa, nello sguardo del direttore, sembrava averla terrorizzata. Non l’avevo mai vista così. Il direttore tirò fuori dal cassetto della sua scrivania un dossier, e lo porse a Marzia. Una delle cose incredibili nelle conversazioni tra me, Marzia e il direttore era che in presenza di Marzia il direttore sembrava scordarsi completamente di me, quasi come se non ci fossi mai stato.
Marzia aprì il dossier. Fece una faccia strana nel leggere le prime righe, quasi pensasse a uno scherzo. Poi, mentre sfogliava le pagine del dossier e cominciava ad accigliarsi e a deglutire con sempre maggiore frequenza, mi accorsi che stava tremando. Il dossier le cadde di mano. Inizialmente non ebbi il coraggio di raccoglierlo. Si alzò dalla poltrona, sembrava in preda ad un attacco di cuore. Appoggiò le mani sulla scrivania, quasi sbattendole. Per un attimo sembrò smettere di tremare. Avvicinò il suo volto a quello del direttore. Sembrava volesse urlare a squarciagola, ma allo stesso tempo qualcosa parve soffocarla da dentro, privarla perfino dell’energia per gridare.
“NO!”, disse quasi sottovoce, ma con una disperazione tale da farmi venire la pelle d’oca. Il direttore non batté ciglio. Lei corse a capofitto nel bagno adiacente e non si preoccupò neanche di richiudere la porta. Dal rumore che proveniva sembrò che stesse dando di stomaco.
Raccolsi lentamente il dossier, gli occhi vigili del direttore che mi scrutavano. Lo aprii. Ciò che lessi mi fece un effetto che non dimenticherò mai. La stessa sensazione di stupore e panico che provai con identica intensità solo un’altra volta, all’età di otto anni, quando mi svegliai in una stanza buia dopo il peggior incubo della mia vita. Nel momento in cui lessi il dossier, avrei desiderato svegliarmi, svegliarmi come da quell’incubo. Svegliarmi o morire. Uno dei fogli del dossier riportava una scritta telegrafica, ma di una chiarezza agghiacciante.
“NUOVA INCHIESTA. UN CAMERAMAN SESSUALMENTE PERVERTITO IMPAZZISCE E UCCIDE LA SUA STORICA COLLABORATRICE, UNA REPORTER. UNA SERIE DI PUGNALATE CHE RISULTANO MORTALI PER LA DONNA.
DELL’INCHIESTA SI OCCUPERANNO I REPORTER EDOARDO ALBERIO E FRANCO ARGENTI.
IDENTITA’ DELLA VITTIMA: MARZIA CARATI.
IDENTITA’ DELL’ASSASSINO: GIANNI OLIVERI.
I SOGGETTI COINVOLTI NEL DELITTO, NOSTRI STRETTI COLLABORATORI PER DIVERSI ANNI, SONO TENUTI A COLLABORARE NELLA FELICE RIUSCITA DEL SERVIZIO”.
Marzia uscì dal bagno e barcollando fuggì letteralmente via dalla stanza. Il direttore mi guardò con un mezzo sorriso.
“So cosa stai pensando. Perché ve lo diciamo prima? Sarebbe più semplice per tutti sorprendervi con i sicari, e montare la scena, come al solito. Ma vedi, ciò che Marzia probabilmente ha già intuito, è che questa volta non utilizzeremo sicari. Oh, non pensare male. L’idea non è stata mia. Il punto è che voi sarete gli artefici del nostro più grande successo. Del più grande successo nella storia del giornalismo televisivo. Nella prossima inchiesta noi saremo in grado di mostrare agli occhi terrorizzati, sconvolti, febbricitanti, disgustati e soprattutto curiosi del pubblico… il delitto nel corso del suo svolgimento. Sarete dei perfetti attori, di questo siamo certi. Perché sarete esattamente voi stessi, e cioè innamorati e assassini. Come saprai, Marzia ha una di quelle belle case grandi munite di telecamere interne antifurto. Tu, colto da una crisi di follia, ovviamente non ci baderai neanche. Come scritto più avanti nel dossier, appena avrai lasciato la casa i nostri sicari penetreranno nell’abitazione e prenderanno il filmato. Ci sarà qualche scaramuccia con la polizia, ma nulla di che. Dopo aver trasmesso l’esclusiva, gli indici di ascolto che arrivano a picchi inimmaginabili, consegneremo il filmato alla polizia. Ci sarà l’indagine e… beh, l’avrai già letto lì, sarai trovato morto suicida”.
Di colpo sentii ogni mia percezione azzerata dall’orrore per una situazione difficile da concepire, per un destino difficile da sopportare. Cercai per diversi minuti di sbiascicare qualcosa, mi alzai, camminai da tutte le parti come in trance, sbattendo contro le pareti, sembravo uno zombi. Il direttore continuò a stare seduto sulla scrivania.
“Ascolta, non so se te ne rendi conto, ma abbiamo previsto ogni vostra reazione. Sia quelle di Marzia che le tue. E sappiamo, ti dico abbiamo la certezza matematica, che alla fine collaborerete con noi. Non avete altra scelta. Ora, il mio consiglio è di non complicarci ulteriormente il lavoro, dimostrate la dedizione al vostro mestiere”.
Mi mossi a tentoni, la porta sembrava incredibilmente difficile da raggiungere.
“Ricorda, Gianni, questa notte riceverai una copia del dossier. I nostri sicari ovviamente la faranno sparire prima delle indagini. Vai, adesso. Non angosciarti inutilmente e fa’ il tuo lavoro. Fino in fondo”.

Che cosa sta succedendo? Provo una sensazione strana e ripugnante, come se la mia essenza fosse completamente isolata dall’esterno. Niente di quello che vedo e sento intorno a me sembra più avere un senso. Mi piacerebbe svenire, perdere il senno, ma non ci riesco. Anzi, sono fin troppo concentrata. Non mi sento più neanche stanca. Ma così sconvolta che non riesco nemmeno a girare la chiave nella serratura del mio appartamento. Quanto odio adesso il mio appartamento. Non ci posso credere. Mi sono ammazzata anni per pagare i conti di quello che sarà una causa della mia… della mia… Oddio. Lo vedo. In piedi, ritto davanti alla porta del salone. Porta due occhiali neri ma è palese che mi sta fissando. Lo conosco, ci avrò discusso tante di quelle volte, concordato assieme tanti di quei delitti. E’ uno dei sicari. Faccio appena in tempo a dare un calcio alla porta dietro di me, che come una pantera mi è subito addosso. Mi afferra per il colletto della camicia e mi spinge contro il muro. So che anche la più brutale delle sue azioni è svolta seguendo freddamente ordini e disposizioni calcolate, ma questo non mi tranquillizza. Anzi, mi terrorizza ancora di più. L’inespressività del suo volto è la più aggressiva delle smorfie. Se volesse uccidermi adesso, potrebbe farlo. Capisco ora il vero significato della parola “potere”. L’Agenzia ha il potere. Questa specie di mostro che mi tiene ferma lungo la parete non è altro che una sua manifestazione. Un avvertimento. Ma non posso lasciarmi piegare proprio adesso. Quello che mi hanno chiesto… quello che ci hanno chiesto… è inconcepibile.
“Perché? Perché proprio noi?” La domanda mi esce con inaspettata veemenza. Lui sembra preparato.
“Sto parlando a nome dell’Agenzia. Avrebbero potuto scegliere qualsiasi coppia di reporter, ma voi avete un rapporto… particolare. C’è qualcosa di diverso nel vostro rapporto, e la diversità in una società come la nostra implica sempre una frustrazione”.
“E la frustrazione è la causa prima della violenza”. D’un tratto intuisco ciò di cui scioccamente non mi ero mai resa conto. L’Agenzia ci conosceva meglio di noi stessi. Il sicario mi guarda, capisce che sto ancora assorbendo questo colpo, quindi infierisce per non darmi tregua.
“Solo voi due, sottoposti alla giusta pressione, potete dare luogo a quello sfogo straordinariamente vero e folle che il pubblico si aspetta”.
“Ma… ma noi siamo bravi… perché dovete rinunciare a noi? Possiamo ancora fare tanto per l’Agenzia, siamo…”
Il sicario improvvisamente preme con le dita contro la mia gola. Mi sembra di soffocare.
“Credete di essere importanti. Questo è stato il vostro errore. Voi due non siete importanti. Siete pedine. Da quando siete entrati a lavorare per l’Agenzia avete rinunciato spontaneamente alla vostra identità, alla vostra dignità. Siete i nostri strumenti e i nostri giocattoli. E ce ne sono tantissimi come voi. Abbiamo milioni di affiliati in tutto il mondo. Due in meno non fa differenza.”
Mi lascia la gola. Faccio appena in tempo a tirare un lungo respiro, che subito mi afferra il braccio e mi scaraventa contro il pavimento.
“Ascolta bene. All’ora che sai arriveranno le istruzioni dell’Agenzia. Dovrete già trovarvi insieme. Ricorda che noi vi osserveremo in ogni momento, da adesso in poi. Se farete qualcosa che riteniamo dannoso o contrario alla programmazione, interverremo. L’Agenzia non tollera infrazioni in una fase così importante della programmazione. Ti assicuro che ci sono modi molto peggiori di morire, che quello scritto nel vostro ultimo incarico”.
Vedo un getto di onde luminose attraversare il corpo del sicario dalla testa fino alla punta dei piedi. Rimango accecata per una frazione di secondo. Quando riapro gli occhi, è scomparso. Teletrasporto. Solo l’Agenzia possiede una tecnologia del genere. C’è tanta gente in grado di togliere la vita a una persona. Ma loro, lo capisco solo adesso, sono in grado di spingere qualcuno a togliere la vita a qualcun altro. In questo essere alla loro mercè anima e corpo sta il dramma di essere controllati.
Sto uscendo di casa. Non hanno motivo di allarmarsi. Sanno che nelle condizioni in cui mi trovo, non potrei mai fare nulla che metta in pericolo il loro… il nostro… il loro scoop. Ma poiché ho ancora un bel po’ di tempo prima dell’arrivo di Gianni (perché Gianni verrà, è sicuro) voglio immergermi in questo bel teatro. Da secoli non passeggio, voglio vedere com’è davvero la gente che ha sempre acceso la TV per seguire le mie inchieste. Non nei momenti di intervista, in quel modo di gente ne ho vista sin troppa, piuttosto nella quotidianità, nella quiete. E’…è incredibile.
Credo che non esista una persona priva della percezione del male, di qualcosa che è danno assoluto per se stessi o per gli altri. Io ho solo una soglia critica leggermente più alta rispetto alla norma. Per questo ho sempre creduto di non possedere una simile percezione.

Mi piaceva sentirmi la burattinaia. Ora me ne rendo conto. Gli altri mi avevano sempre fatto male, troppo male, ho capito che se volevo essere al sicuro dovevo averli tutti sotto controllo. Dovevo fare qualsiasi cosa per muovere i fili. Senza accorgermi che ero io stessa ad essere costantemente manovrata. Ricordo le parole del sicario. Chissà quanta gente è come me. Questa gente che vedo camminando lungo il marciapiede. Sono così… inutili. Mi dispiace dirlo, ma sono inutili. Credono che la loro breve permanenza su questa terra possa incidere sulla realtà in cui vivono, invece è la realtà a incidere loro. Si lasciano vivere. Non si pongono più domande su se stessi, su ciò che li circonda. Ci sarà sempre qualcuno a decidere per loro. Soffriranno, ameranno, piangeranno, si arrabbieranno, solo per il divertimento di qualche commediografo. E tutto questo… tutto questo… è anche colpa mia. Forse anche per questo i capi  dell’Agenzia sono sicuri che accetteremo il martirio senza neanche provare a ribellarci. Vogliamo punire noi stessi. Vorrei che fosse davvero così. Conferirebbe a gente come me e Gianni un’aura di nobiltà che non meritiamo. La verità è che siamo pecore inermi esattamente come la gente che imbottiamo di notizie fasulle. L’unica differenza è che adesso Gianni ed io siamo consapevoli della nostra condizione. Ciononostante, o forse a maggior ragione, non possiamo fare niente per opporci. Niente… Proprio niente? Ora vedo le sbarre della gabbia. Non posso sfuggire. E’ così orribile, sconfortante… Non c’è cinismo che mi salvi di fronte a questo. Vorrei solo poter fare qualcosa, anche di piccolo, per impedirgli di annichilirmi totalmente, per dimostrare che loro non hanno il controllo su tutto, che c’è un angolo di me stessa, di noi stessi, che l’Agenzia non potrà mai scoprire. Qualcosa che loro non hanno previsto. Come una crepa, sottile ma indelebile.

Arrivai a casa di Marzia con largo anticipo. Avevo paura di non trovarla, ma per fortuna mi aprì la porta. Mi disse che aveva camminato a lungo. Non aveva un gran bell’aspetto. Due borse sotto gli occhi e il bisogno di appoggiarsi al muro per tenersi in piedi davano l’idea che il suo corpo fosse ben più stanco di quanto lei stessa probabilmente si rendeva conto. Sembrava in stato di shock, come me del resto. Ci bastò guardarci negli occhi per capire che in quelle ultime ore avevamo attraversato a grandi linee la medesima gamma di sensazioni e stati d’animo: orrore, rifiuto, presa di coscienza, sconvolgimento, assuefazione, rassegnazione e… qualcos’ altro. Avevamo entrambi concepito qualcosa di troppo sottile perché l’Agenzia potesse rendersene conto. Non potevamo parlarne apertamente. E del resto, non ci saremmo mai sognati di disobbedire alle disposizioni. Come avremmo potuto? Il sistema non poteva essere sfidato.
Dovevamo trovare un modo per passare il tempo in attesa che ci arrivassero le istruzioni. Ovviamente nulla che potesse mettere in allarme l’Agenzia. Avevano occhi invisibili dappertutto, non potevamo rischiare. In quel momento, mi accorsi che Marzia reggeva nella mano sinistra un oggetto piatto, di forma rettangolare. La custodia di un dvd. Mi chiese, ma non è il termine esatto, quasi mi pregò di vederlo con lei. Era un vecchio film di Stanlio e Ollio. Ci mettemmo comodi sul divano, seduti vicini. Lei avviò il disco.
Fu il momento più bello della mia vita, per le circostanze insolite, per la sua apparente vacuità. Ma quel momento aveva per noi un’importanza fondamentale. Perché era il primo momento in cui sceglievamo di condividere apertamente qualcosa, e perché sarebbe stato l’ultimo, prima di quell’assurda recita, di quel gioco al massacro.
Perché Marzia avesse scelto proprio quel film, non potrei dirlo con assoluta certezza. Ma era… era straordinario. Curioso che entrambi amassimo quella coppia comica. La cosa incredibile di Stanlio e Ollio era l’immensa tragicità del loro essere comici. Si punzecchiavano costantemente a vicenda, a volte pareva quasi che si odiassero, ma non era così. Si adoravano, dipendevano l’uno dall’altro in maniera profonda. Ma perché, allora, quell’apparente aggressività? Perché comunicare il loro affetto reciproco attraverso l’antagonismo? Forse perché eravamo noi, il pubblico, era il nostro modo di pensare, il nostro sistema a imporgli questo comportamento. Se avessero mostrato di volersi bene, chi si sarebbe divertito? Nessuno li avrebbe apprezzati. La particolare pena nelle comiche di Stanlio e Ollio era che essi non avrebbero potuto mai trovare la pace che meritavano, che auspicavano nel rimanere costantemente assieme. E la colpa era nostra. Il giorno che l’avessero trovata, il giorno che avessero smesso di litigare, sarebbe stato il giorno della loro morte agli occhi del pubblico. Nel vederli, ebbi l’assoluta certezza che entrambi fossero consapevoli delle rispettive condizioni, e questo suscitava in me una pietà immensa per loro, indipendentemente da chi fosse la vittima e chi il carnefice. Malgrado le prepotenze di Ollio e le vendette di Stanlio, quelle due buffe maschere esprimevano una tenerezza e  un’intimità che nessuna coppia reale avrebbe mai potuto provare. La cosa sconcertante era che io e Marzia durante tutta la proiezione non riuscimmo mai a ridere. Sconcertante, poiché non era a causa di ciò che avremmo dovuto fare dopo, ma perché ci risultava impossibile prenderci gioco dei due prigionieri del sistema per antonomasia. Eppure, se avessimo avuto il tempo materiale, sono certo che avremmo rivisto quel film due, dieci, cento volte di seguito.
Era uno dei loro primi cortometraggi. Marzia dava l’impressione di non averlo scelto a caso. C’erano Stanlio e Ollio che, inseguiti da un esercito di poliziotti che li voleva mettere in prigione, si erano rifugiati senza volerlo in cima a un grande palazzo in costruzione. Come era grande, dannatamente imperfetto eppure già opprimente, quel palazzo. Quei due poveretti, per sfuggire alla minaccia della società, si erano cacciati in una trappola ancora più letale. Come Stanlio osava un passo, una folata di vento lo faceva tremare come una foglia, costringendolo a tornare indietro. Ollio cercava sempre di mostrarsi più sicuro, il leader. Gli diceva “Coraggio, fai come me”. Ma poi, era lui stesso a guardare giù e a gridare terrorizzato. Il fatto che alla fine riuscissero a farcela, a salvarsi, avrebbe dovuto rassicurarci. Ma nei nostri cuori, e di riflesso nelle nostre menti, Marzia ed io vedevamo solo il centro dell’episodio, la situazione senza via d’uscita, il potere che è più grande di te, in cui ti ritrovi inghiottito e con cui è impossibile comunicare.
Appena finito il film, Marzia si alzò in piedi, e mi disse di fare lo stesso. Non sapevo bene che cosa aspettarmi. Mi abbracciò. Un abbraccio lungo, caloroso, affettuoso fino a risultare struggente nella sua gratuità. Ero felice. Avevo sempre desiderato che Marzia mi abbracciasse così, in quel modo che fin da bambino avevo richiesto, e che mia madre non mi aveva mai concesso.
“Ti è piaciuto il film?”
“Era… bellissimo. Grazie.”
E per la prima volta da quando la conobbi, Marzia pianse.

Sto per giungere alla fine. Presto morirò. E’ strano, ma l’idea ora non mi fa più tanta impressione. Forse l’eccesso di emozioni, l’accumularsi confuso di pulsazioni, fremiti e lacrime ha finito col lasciarmi solo un etereo rilassamento. Di certo al momento l’idea di vivere in questo mondo mi sembra molto più difficile dell’idea di morirci. Mi fa più paura.
Le istruzioni sono appena arrivate. Si sono materializzate nel punto esatto in cui era scritto sul dossier. Le studiamo attentamente, dobbiamo eseguire le nostre disposizioni, i nostri ruoli, in perfetta sintonia reciproca e in aderenza agli orari prestabiliti. Le pareti insonorizzate della mia casa ci terranno al riparo da orecchi indiscreti. Finiamo di imparare le parti, proviamo le scene più volte, tutto riuscirà alla perfezione, ne siamo sicuri. Sì. Ormai basta guardarci negli occhi per capirci, parlare non serve. Sappiamo esattamente cosa dobbiamo fare.
Ci mettiamo sotto la telecamera. L’Agenzia si aspettava che l’avremmo fatto, e puntualmente non li abbiamo smentiti. Un bel respiro profondo. Gianni tiene il coltello da cucina che ha preso da casa pronto all’uso. Un tempo noi due eravamo gli autori, oggi siamo gli attori. Il sipario si apre, la recita inizia. Gianni ha un attacco di follia, da troppo tempo ha represso la sua irrefrenabile attrazione per me. Io mi mostro sorpresa, turbata, non voglio avere rapporti con lui, mi arrabbio, lui urla, io gli rispondo per le rime e pretendo che mi lasci in pace. Stiamo per giungere al momento culminante, la scena clou. Lui tira fuori il coltello, mi minaccia, io cerco di tranquillizzarlo. Le mie parole sembrano placare la tensione, appoggia il coltello sullo scaffale alla sua immediata sinistra. Per l’ultima volta mi chiede se andrò con lui. Cerco di temporeggiare, lui insiste. Esasperata, gli vomito addosso un “no” diretto. Una furia animalesca gli monta nelle vene fino a trasfigurargli il volto. Il coltello è ancora appoggiato sul mobile e… e….E’ una frazione di secondo, nessun raggio teletrasportatore sarebbe così veloce. Soprattutto, la speranza è che loro non se lo aspettino. Afferro il coltello e glielo pianto nel cuore. Lui cerca invano di sorridere, di strizzarmi l’occhio, qualsiasi cosa che possa manifestarmi il suo assenso. Sa che non è necessario. E’ ciò che avevamo concordato. Mentre dal suo corpo fulminato parte un fiotto di sangue, sento il rumore dei teletrasporti dietro di me, ma ormai è troppo tardi. Ho già rivolto il coltello contro me stessa. La scena è giunta all’apice, e dall’apice alla conclusione. Come dicevo, presto morirò. Sto morendo. Sono morta in questo preciso istante. Sento il pubblico applaudire, il sipario cala. L’improvvisazione ha lasciato il segno.

Emanuele Bucci

Ultima modifica il Mercoledì, 09 Settembre 2009 10:26
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