Etica

Etica (19)

 

 

Con i Decreti Legge del 17 marzo 2020 n. 18 (c.d. “Cura Italia”) e, soprattutto, dell’8 aprile 2020 (c.d. “Decreto Liquidità”), il Governo ha istituito una serie di misure temporanee che dovrebbero essere volte a favorire la ripartenza del sistema produttivo italiano, messo duramente alla prova dall’emergenza sanitaria e dai provvedimenti adottati dal Governo (c.d. lockdown).

In particolare, tra le iniziative messe a punto, appare degna di nota, per quel chequi ci occupa, la concessione di finanziamenti garantiti - in misura diversa a seconda  delle fattispecie - dal Fondo Centrale di Garanzia, per quanto riguarda professionisti/lavoratori autonomi, imprese PMI e Midcap (imprese diverse dalle PMI, con numero di dipendenti non superiore a 499), e dalla SACE, con specifico riferimento alle PMI che hanno esaurito il proprio plafond presso il Fondo Centrale di Garanzia, nonché a qualsivoglia ulteriore tipologia di impresa.

Secondo i dati diffusi dal Ministero dello Sviluppo Economico e dal Mediocredito Centrale (MCC) alla data del 06.05.2020, solamente 3 imprese hanno perfezionato la procedura con garanzia SACE, mentre le domande pervenute al Fondo Centrale di Garanzia dal 17 marzo al 5 maggio sono state, a fronte di 4,7 milioni di potenziali richiedenti (dato fornito dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio in data 30.04.2020) circan 90.000.

In particolare, sul punto il Ministero ha dichiarato che “le domande arrivate erelative alle misure introdotte con i decreti ‘Cura Italia e ‘Liquidità’ sono 90.049, pari adun importo di circa 5,4 miliardi di euro. Di queste, oltre 70.000 sono riferite a finanziamenti fino a 25.000 euro, con percentuale di copertura al 100%, per un importofinanziato di circa 1,5 miliardi” (nota MISE del 06.05.2020). Orbene, anche alla luce  delle dichiarazioni della Commissione Europea, secondo le quali “la recessione questa volta sarà ben più grave di quella del 2008, e simile, perportata generale, a quelle del 1929 e del secondo dopoguerra”, viene naturale chiedersicome sia possibile che solamente tre imprese abbiano ad oggi beneficiato (o potuto beneficiare) della garanzia SACE e, soprattutto, perché così poche domande  siano pervenute al Fondo PMI.

 

 Foto 6 Ragazza in piedi 

 

A mio padre, Luigi Gallo, che nel 1938 costruiva in Etiopia le strade dell’Impero.

 

Premessa: L’Espansione italiana nell’Africa Orientale ebbe inizio alla fine del 1800 con il primo dispiegamento di truppe presso i territori di Massaua (1885) per poi arrivare alla proclamazione della colonia “Eritrea” nel 1890, alla proclamazione della colonia “Somalia” nel 1908 ed infine alla proclamazione dell’Impero italiano, nel 1936, dove Somalia, Eritrea ed Etiopia costituivano l’Africa Orientale Italiana (AOI).Formalmente si fa concludere il colonialismo italiano in AOI con l’occupazione britannica, nel 1941, dei territori dell’Africa Orientale Italiana, seppur poi, dal 1948 al 1960, l’Italia fu incaricata dall’ONU dell’amministrazione fiduciaria della Somalia (AFIS) (BEN GHIAT & FULLER, 2005).

Dopo 50 anni di colonialismo “...L’eredità italiana in Somalia era costituita soprattutto da: una scuola primaria, una scuola secondaria, fino al liceo scientifico, una scuola per ragionieri e geometri, aperte indiscriminatamente a tutti, somali ed italiani, fino al giorno dell’indipendenza”(VILLANI,1972): con docenti e programmi del tutto comparabili a quelli del nostro Paese. Naturalmente si usava la lingua italiana per scolaresche, che si esprimevano abitualmente in somalo. Il primo abbecedario con l’alfabeto somalo venne “tirato al ciclostile” nell’agosto‘972 nella stamperia dell’Università Nazionale Somala) (foto n.1: la 1° pagina). Il 21/10 in occasione del “terzo anniversario della rivoluzione della Somalia” un elicottero buttava giù dal cielo i fogli dell’alfabeto su una folla che si accalcava e si rincorreva per prenderli. Così moriva una lingua orale, conservata da sempre nella mente degli anziani: come l’unica biblioteca che i somali possedessero; il solo strumento conoscitivo della loro storia, che veniva raccontata dai cantastorie come “vanto della tribù” nelle cerimonie e insegnata ai bambini con la propria genealogia, fin dai primi anni, dai patriarchi.

 

Come ben sappiamo, da marzo nel nostro Paese si è scatenata la tempesta perfetta.

Da una parte siamo stati il primo Paese, dopo la Cina, a sperimentare gli effetti della“pandemia”, dall’altro i nostri Governanti hanno ritenuto di adottare una serie di misure draconiane nel tentativo di contenere gli effetti del contagio le quali, oltre ad incidere sulla vita di tutti, hanno bloccato la maggior parte delle attività commerciali, professionali ed industriali del Paese.
Noi non vogliamo entrare, con questo contributo, nel merito dei provvedimenti adottati, tantomeno sull’opportunità e sull’efficacia degli stessi; sarebbero infatti considerazioni di carattere politico che non ci spettano, così come riteniamo che, anche a mente dell’art. 32 della Carta Costituzionale, le Autorità avessero il potere di intervenire. Altra questione è se hanno adottato, e se stanno adottando, i provvedimenti opportuni. Quello che però è certo, allo stato, è che, al di là del generale disagio contingente, e della limitazione della nostra libertà di cittadini, le conseguenze del blocco totale delle attività economiche avranno degli effetti disastrosi sull’economia dell’intero Paese, e letali per alcune categorie. A partire da molte attività professionali alla gran parte dei negozi e delle attività commerciali in generale, ai ristoranti, alle tavole calde, ai bar, alle discoteche, ai cinema, ai teatri; dalle fabbriche agli impianti sportivi, dalle palestre ai centri estetici, ai parrucchieri, fino agli artigiani, etc. etc.

E naturalmente saranno i più piccoli, o quelli di più recente apertura, e dunque meno solidi e strutturati, a pagare il prezzo più caro. Ed a nostro avviso, e come vedremo più approfonditamente nel prosieguo, se le Autorità avevano il potere di intervenire, e dunque il danno derivato dal lockdown imposto non può essere qualificato come giuridicamente ingiusto, e quindi i danneggiati non possono pretendere il risarcimento del danno patito e patiendo, è però anche vero che chi ha subito, come conseguenza diretta delle misure (legittime) adottate dall’Autorità, in nome dell’interesse collettivo, un danno, ha diritto ad essere, se non risarcito, almeno indennizzato.

 

L’emergenza sanitaria determinata dalla diffusione Covid-19 ed il conseguente “blocco” della quasi totalità delle attività commerciali, industriali e professionali, ha posto numerosi interrogativi anche con riferimento ai contratti di locazione in corso, in particolare per quelli ad uso commerciale.


I provvedimenti di contenimento emanati dall’Autorità nelle ultime settimane hanno infatti, e come noto, imposto dei limiti sempre più stringenti all’operatività delle aziende e delle attività commerciali, che si sono tradotti quindi in un blocco totale, e/o parziale nella migliore delle ipotesi, delle stesse, con conseguenti gravi ripercussioni economiche che stanno determinando delle evidenti difficoltà, se non l’impossibilità, per i conduttori, di far fronte alle obbligazioni assunte in funzione dell’attività imprenditoriale; questo è uno dei motivi per cui da più parti gli imprenditori danneggiati hanno invocato la sospensione del pagamento degli affitti, lamentando la sussistenza di cause di forza maggiore ovvero l’impossibilità sopravvenuta, ovvero ancora l’eccessiva onerosità sopravvenuta in corso di esecuzione del rapporto contrattuale.

Premesso che, a nostro avviso, la sospensione tout court del pagamento dei canoni di locazione non può trovare applicazione posto che il Legislatore non ha ad oggi provveduto in tal senso e, anzi, con il D.L. n. 18/2020, c.d. decreto “Cura Italia”, si è limitato a prevedere “un credito d’imposta nella misura del 60 per cento dell’ammontare del canone di locazione, relativo al mese di marzo 2020, di immobili rientranti nella categoria catastale C/1”, dando quindi per presupposta la debenza del canone di locazione per l’intero importo dovuto ed alle scadenze pattuite, appare comunque opportuno svolgere alcune brevi considerazioni in merito alle pretese che possono essere formulate, più o meno legittimamente, dai conduttori di immobili commerciali.

 

 

In tutta l’Africa occidentale e centrale sono comuni alcune pratiche tendenti a modificare il seno delle ragazze in vari modi e momenti della vita, realizzate dalle donne della famiglia (pag.23). Di queste, quella più antica sembra essere il “massaggio al seno”, usato tradizionalmente per correggerne dimensioni e forma. La pratica viene attivata o per indurre il flusso del latte materno nell’allattamento o per ridurne il flusso nello svezzamento. Si ipotizza che questa stessa potrebbe essere stata riproposta in epoca più recente dalle Cam.si anche per appiattire i seni in crescita delle ragazze (pg.23) (App.). Un’altra pratica distinta dalla precedente, ma spesso associata all’App., é la “spazzolatura del seno”; come pure la “fasciatura dei seni”, che spesso è utilizzata come modalità aggiuntiva anche per ottenerne l’appiattimento. Oltre a queste pratiche, in Camerun esiste anche la Mutilazione Genitale Femminile (Esther Ayuk, com. pers., Internat. Seminar FGM/C :from medicine to critical anthropology , Rome, 24-5 Nov. ,2017), rappresentata dall’escissione, praticata prevalentemente dalle popolazioni musulmane; essa può essere presente con l’App. (caso3),…avevo un’amica che aveva subito contemporaneamente escissione e App., inoltre sul volto presentava cicatrici etniche. Le pratiche, di cui sopra, sole od associate, sono rappresentate in modo esemplare da quella più conosciuta dell’”Appiattimento del seno”., che è stata oggetto di indagine in anni recenti solo in Camerun (Tabscott, 2012; Rampoldi, 2014 ). Oltre inuadra Oltre al Camerun, questa pratica si diffonde in un’ampia regione dell’Africa occidentale e centrale nei paesi della Guinea Bissau, Chad, Togo, Benin, Guinea Conacry, Costa d’Avorio, Kenya, Zimbawe (pag.15); in Italia la sua conoscenza è stata riferita anche da donne Nigeriane. Non esistono indagini per questi paesi, per cui le informazioni sono solo anedottiche. In Camerun, la prima ricerca risale al 2005, sostenuta dalla ONG locale RENATA (Reseau Nationale des Associations de Tantines), supportata dalla GIZ, società tedesca per la cooperazione internazionale. Il consistente studio quantitativo ( 5661 interviste, espletate in tutte le regioni del paese) è rimasto inedito. Ma se ne conoscono alcuni risultati: l’App. si esegue su bambine tra gli 8 e i 12 anni; l’esecutrice è la madre o donne della famiglia; circa ¼ di tutte le ragazze/donne in Camerun ha subito una qualche forma di stiramento del seno; esso, più comune nella fascia litorale (53% delle donne lo hanno subito), è presente in tutto il paese, ma si riduce al 7% nella regione del nord (pagg. 14-15). A seguire, una seconda indagine, supportata dal Centro Internazionale Feinstein (FIC), dall’Università Tufts, con il patrocinio delll’ONG per lo sviluppo Plan Camerun. Il lavoro sul campo è stato condotto nella regione nord occidentale del Paese e nella capitale Yaoundè.

Pierpaolo Battigalli

 

In una nota su Econometrica Battigalli, Cerreia-Vioglio, Maccheroni e Marinacci dimostrano che l'avversione all'incertezza, in una situazione di interazione strategica tra attori, ha l'effetto controintuitivo di rendere gli esiti più difficili da prevedere . In A Note on Comparative Ambiguity Aversion and Justifiability (in Econometrica, Vol 84, Issue 5, 1903-1916, DOI: 10.3982/ECTA14429), Pierpaolo Battigalli, Simone Cerreia-Vioglio, Fabio Maccheroni e Massimo Marinacci del Dipartimento di Scienze delle decisioni della Bocconi tornano ad analizzare gli effetti dell’avversione all’incertezza sui processi decisionali, come avevano già fatto di recente in un articolo sull’American Economic Review.

Un team di ricercatori di Istituto di informatica e telematica del Cnr, Mit, Cornell University e Uber ha utilizzato i big data per predirne l’effetto in 30 città: lo studio potrebbe fornire indicazioni per trasformare il futuro del trasporto a livello globale. Milano ha un potenziale di condivisione dei viaggi cinque volte maggiore di Roma. A livello globale, ai primi posti New York e Vienna.  La ricerca pubblicata su Nature Scientific Reports.

Un gruppo di ricercatori dell’Istituto di informatica e telematica del Consiglio nazionale delle ricerche (Iit-Cnr), del Mit, della Cornell University e della società Uber ha utilizzato una quantità senza precedenti di dati sulla mobilità per predire le potenzialità del ride-sharing in 30 città globali. Attraverso l’analisi di oltre 200 milioni di viaggi di taxi effettuati a New York, Singapore, San Francisco e Vienna, i ricercatori hanno scoperto le leggi della mobilità condivisa che possono essere applicate a qualsiasi città. La ricerca, pubblicata nel numero di marzo 2017 della rivista Nature Scientific Reports, potrebbe fornire indicazioni per trasformare il futuro del trasporto a livello globale.

COMUNICATO STAMPA
L’empatia influisce sulle reazioni emotive scaturite da decisioni difficili, ma non determina tali decisioni
Una ricerca SISSA ridimensiona la componente emotiva nelle decisioni morali

 

L’empatia e la capacità di comprendere e rendere esplicite le emozioni che proviamo non influiscono sulle nostre decisioni morali. Questo è quanto suggerisce un nuovo studio pubblicato sulla rivista Social Neuroscience e guidato dalla neuroscienziata della SISSA Marilena Aiello. Le nostre scelte non dipendono dalla nostra empatia. Quello che cambia, invece, è il coinvolgimento emotivo, più marcato nelle persone più empatiche. Soprattutto se si sceglie di prendere delle decisioni scomode pur di massimizzare il benessere comune.

 

Ma la disuguaglianza di genere mette un freno allo sviluppo sostenibile.

Raggiungere la parità di genere e dare maggiori strumenti alle donne non è solo la cosa giusta da fare, ma è un ingrediente fondamentale nella lotta contro la povertà estrema, la fame e la malnutrizione, ha affermato oggi il Direttore Generale della FAO José Graziano da Silva, intervenendo ad un evento ad alto livello co-organizzato dalla FAO, dalla Commissione europea e dalla Presidenza slovacca del Consiglio dell'Unione Europea, in collaborazione con il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD), con il Programma Alimentare Mondiale (WFP) e con UN Women.

Abstract

Gravità e drammaticità di un atto, per taluni aspetti simbolico, in una Napoli che non trova pace. Cultura, Musei e diffusione delle conoscenze scientifiche contro la barbarie che ha distrutto lo scorso quattro marzo la Città della Scienza di Napoli, il Complesso sorto negli anni Novanta del Novecento nell’ex Area industriale dell’ITALSIDER di Bagnoli (Na).

Il rogo, che ha cancellato soprattutto l’Area museale del Complesso (lato mare) di 12 mila metri quadrati di superficie della Città della Scienza di Napoli, può essere classificato come un vero atto di barbarie culturale che offende tutti. L’incendio – quasi certamente di origine dolosa, considerata la dinamica dello sviluppo delle fiamme in più parti del Complesso stesso – ha ridotto in cenere non solo un Organismo culturale per la diffusione delle conoscenze, ma soprattutto un simbolo etico della Napoli scientifica e culturale. Un Organismo, fiore all’occhiello della Napoli di ingegno, la Napoli colta e produttiva che aveva inteso negli anni Novanta la sua Città della Scienza come un esempio di riscatto sociale, un messaggio al Paese.

 

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