Geologia

Geologia (38)


Pubblicato su PNAS lo studio di un team internazionale, a cui ha preso parte Vincenzo Stagno del Dipartimento di Scienze della Terra, che fornisce informazioni uniche riguardo la composizione chimica e mineralogica degli strati profondi della Terra, partendo da una microscopica sequenza di minerali scoperta all’interno di un diamante.


Decenni di studi sperimentali in ambito petrologico e mineralogico hanno portato alla scoperta di importanti minerali costituiti per lo più da magnesio, ferro, silicio e ossigeno (wadsleyite, ringwoodite, bridgmanite e ferropericlasio) e considerati essere rappresentativi della composizione mineralogica del pianeta a profondità maggiori di 400 km.

Attraverso simulazioni in laboratorio delle condizioni primordiali di pressione (mediamente sino a 250000 atmosfere) e temperatura (1600-2200 °C) è stato dimostrato che questi minerali furono tra i primi a formarsi man mano che il nucleo terrestre – una lega di ferro e nichel – solidificava a seguito del raffreddamento della palla di magma che costituiva il nostro pianeta più di 4.5 miliardi di anni fa. Eppure, la composizione chimica dell’interno della Terra risulta ancora poco nota, a causa delle scarse e complesse “osservazioni” dirette dei minerali intrappolati in quella che oggi risulta la materia proveniente dalle maggiori profondita’ della Terra, il diamante.



Secondo la ricerca, realizzata con la borsa Rita Levi Montalcini per il “rientro dei ricercatori”, la convergenza tra placche tettoniche che genera gli archi vulcanici è responsabile per la produzione di ingenti quantità di metano e idrogeno molecolare che alimentano dal basso la vita microbica nella biosfera profonda. Il lavoro sarà pubblicato da Nature Communications

 Uno studio, nell’ambito delle Scienze della Terra e della vita, di cui è capofila un ricercatore dell’Università di Torino, Alberto Vitale Brovarone, apre a nuovi scenari geologici e sarà pubblicato sull’autorevole rivista Nature Communications. La ricerca ha identificato alcune fonti profonde (fino a 80 km di profondità) di fonti di energia di natura abiotica (non legate all’attività biologica) come il metano e l’idrogeno molecolare, aprendo un nuovo scenario con possibili implicazioni sull’origine, massa e distribuzione di biosfera profonda. Lo studio sostiene che queste sorgenti profonde alimentano dal basso la vita nella biosfera profonda.

Con una nota del 26 giugno scorso il Ministero dell'Istruzione ha emanato le linee guida per la ripresa delle lezioni per il prossimo anno scolastico, per un ritorno alla normalità e quindi alle lezioni in aula. A tal riguardo la Ministra Lucia Azzolina ha chiarito come fronteggiare la nuova necessità di distanziamento tra gli alunni, mediante il coinvolgimento degli enti locali che saranno chiamati a collaborare mettendo a disposizione edifici scolastici dismessi in seguito al dimensionamento della rete scolastica, o altre strutture in cui poter ospitare gli alunni, visto che le aule, nella maggior parte dei casi, risultano insufficienti a garantire le distanze minime richieste dall'emergenza sanitaria.

 

25 giugno dalle ore 10:00 alle 12.30

Il Consiglio Nazionale dei Geologi, in collaborazione con l'Ordine dei Geologi della Regione Calabria, organizza il 25 giugno dalle ore 10 alle 12.30 il Convegno online "Caratterizzazione, Progettazione ed Esecuzione di interventi di risanamento ambientale e discariche abusive: aspetti giuridici e tecnici".

Al centro del convegno ci saranno i temi dello smaltimento illecito di rifiuti, spesso pericolosi e della lotta alle discariche abusive su tutto il territorio nazionale, in particolar modo si prenderà in considerazione la questione dei rifiuti speciali abbandonati in Calabria. Tra i punti che saranno affrontati anche la messa in sicurezza e la bonifica dei siti inquinati oltre che il risanamento ambientale di aree particolarmente degradate. Inoltre si parlerà anche del ruolo, delle funzioni e della gestione degli appalti nelle gare di lavori pubblici.


Garantire la sicurezza delle persone e delle infrastrutture grazie a modelli di previsione del rischio più affidabili. Così i risultati di uno studio dell’Università di Milano-Bicocca contribuiranno a prevenire le catastrofi legate alle grandi frane in roccia, come quelle delle aree prealpine e alpine della Lombardia.

Combinando esperimenti di laboratorio su materiali naturali, campionati dalla zona di taglio di una grande frana lombarda (frana di Spriana, Sondrio) e osservazioni in situ, i ricercatori dell’Ateneo milanese, in collaborazione con Sapienza Università di Roma, hanno studiato i meccanismi che regolano la transizione dell’attività delle frane da “lente a veloci”, fornendo indicazioni che consentiranno di migliorare l’affidabilità dei modelli previsionali.

 

"Esprimiamo soddisfazione per le previsioni nel Decreto Rilancio delle nuove misure per l'EcoSismaBonus e, in particolare, per l'inserimento della geotermia tra le energie verdi finanziabili. Quella delle energie rinnovabili è una delle sfide importanti che il Paese sta affrontando e lo sarà ancora di più nel futuro e nella transizione dalle energie fossili a quelle verdi, tra le quali proprio la geotermia giocherà un ruolo chiave".

È il commento del Presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi, Francesco Peduto, dopo la videoconferenza su "Edilizia, efficienza energetica, autoproduzione e autoconsumo collettivo" che si è svolta sulla piattaforma Webex insieme ai senatori Gianni Pietro Girotto, Presidente 10° Commissione permanente Industria, Commercio e Turismo e Mauro Coltorti, Presidente 8° Commissione permanente Lavori Pubblici e Infrastrutture ed altri parlamentari. "La geotermia è il futuro delle energie rinnovabili perché offre enormi potenzialità ancora non sfruttate – spiega Peduto - a differenza dell'eolico e del fotovoltaico, che ormai sono prossimi alla saturazione. Inoltre, nonostante siamo indietro nello sfruttamento dell'energia geotermica rispetto ad altri Paesi europei, già oggi il contributo al miglioramento dell'ambiente è significativo: basti pensare che grazie all'energia geotermica per la bassa entalpia, utilizzata nel nostro Paese, le emissioni di CO2 evitate ammontano a oltre 4 milioni tonnellate l'anno".

 

Pubblicati i primi risultati della spedizione oceanografica della nave Joides Resolution con a bordo anche una ricercatrice dell’Università di Pisa

 

È di qualche giorno fa la pubblicazione sula rivista Science Advances di uno dei primi articoli sui risultati della spedizione oceanografica dell'International Ocean Discovery Program a largo dell'isola nord della Nuova Zelanda, a cui ha partecipato, unica italiana a bordo, la professoressa Francesca Meneghini del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa. Cosa si è scoperto? Che i cosiddetti terremoti silenti, che in termine tecnico sono definiti slow slip events, avvengono lungo faglie in rocce con caratteristiche geologiche molto diverse tra loro.

Ma partiamo dall’inizio: nel marzo-aprile 2018 la spedizione oceanografica, con progetto dal nome "Hikurangi Subduction Margin Coring and Observatories - International Ocean Discovery Program Expedition 375: unlocking the secrets of slow slip through drilling to sample and monitor the forearc and subducting plate", ha visto la nave statunitense Joides Resolution perforare e campionare per 58 giorni il margine in subduzione di Hikurangi. Lo scopo era quello di studiare un particolare tipo di movimento lungo faglie che genera appunto gli “slow slip events” o "slow earthquakes", anche per capire quali siano le loro relazioni con gli eventi sismici catastrofici.



È stato misurato l’attimo esatto in cui scompare il permafrost in una grotta delle Alpi Giulie. Il risultato, pubblicato dall’Istituto di scienze marine del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ismar) e dall’Università dell’Insubria sulla rivista Progress in Physical Geography: Earth and Environment, ci dice che la temperatura della roccia sotterranea nelle montagne sta cambiando molto rapidamente.

Il risultato è stato recentemente pubblicato su Progress in Physical Geography: Earth and Environment, ma è il 2014 quando i ricercatori dell’Istituto scienze marine del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ismar), insieme a quelli dell’Università di Insubria, misurano il momento esatto in cui scompare il permafrost in una grotta del monte Canin, sulle Alpi Giulie.

La scomparsa di questo particolare stato termico della roccia, che chiamiamo permafrost, ha però alcune gravi conseguenze sulla conservazione delle riserve idriche e sulla stabilità delle montagne. “Bisogna immaginare la roccia sotterranea come organizzata per strati. Lo strato più esterno ghiaccia d’inverno e scongela d’estate mentre lo strato più interno rimane sempre sotto lo zero: questo è il permafrost”, spiega Renato R. Colucci del Cnr-Ismar.Nel Settembre 2014 si è verificato un cambiamento repentino del regime termico della roccia sotterranea del Canin, laddove invece di solito si osservano cambiamenti molto più lenti. La roccia sotterranea, infatti, è molto resiliente, e quindi questo drastico cambiamento delle proprietà termiche indica il fatto che la roccia ha ricevuto un calore superiore a quello abituale, per un lungo periodo di tempo.


Uno studio internazionale cui ha partecipato il Dipartimento di Ingegneria civile, edile e ambientale della Sapienza ha suggerito l’utilizzo integrato dei dati riguardanti la sismicità con quelli geodetici forniti dal sistema di posizionamento GPS per circoscrivere le aree temporalmente a maggior rischio sismico
I terremoti rappresentano ancora un fenomeno difficile da prevedere con esattezza. Pertanto le ricerche orientate a definire, con maggiore precisione possibile, il luogo e il tempo in cui avverrà un evento sismico sono oggetto di un costante interesse sia dal punto di vista scientifico che sociale.

A tal fine, da alcuni decenni sono applicati, anche con significativo successo, algoritmi basati sul riconoscimento di tratti caratteristici della sismicità (pattern recognition). Questi consentono una previsione a medio termine temporale (vari mesi) e a medio raggio spaziale (alcune centinaia di chilometri) di forti terremoti sopra una soglia di magnitudo pre-assegnata.

Un team internazionale. coordinato dall'Institut Català de Paleontologia Miquel Crusafont (ICP) e dal Dipartimento di Scienze della Terra della Sapienza, ha ricostruito le abitudini alimentari dei mammiferi pleistocenici mediante l’analisi di denti fossili. I risultati dello studio forniscono nuove informazioni sulle conseguenze dei grandi cambiamenti climatici. La ricerca è pubblicata sulla rivista Quaternary Science Reviews

Le stagioni come le intendiamo noi oggi non sono sempre esistite. A svelarlo è un nuovo studio paleoambientale che, attraverso l’analisi di denti fossili, ha ricostruito le abitudini alimentari di diversi gruppi di erbivori vissuti nel Pleistocene, periodo durante il quale si è registrato un incremento del fenomeno della stagionalità climatica in seguito a una lunga glaciazione avvenuta circa 900.000 anni fa.

La ricerca, frutto di una collaborazione tra il laboratorio PaleoFactory del Dipartimento di Scienze della Terra e il Polo Museale Sapienza, l'Institut Català de Paleontologia Miquel Crusafont (ICP) e l'Università di Saragozza, ha fornito nuove informazioni sulle conseguenze dei grandi cambiamenti climatici sugli ecosistemi terrestri del continente europeo durante il Quaternario, il periodo più recente della storia geologica della Terra. I risultati sono pubblicati sulla rivista Quaternary Science Reviews.

 

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