Ambiente

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Sistemi alimentari sani contribuiranno a porre fine alla fame, ma serve maggiore cooperazione

 Cambiare il modo in cui i pomodori vengono confezionati può contribuire a ridurre le perdite durante il trasporto.

New York20 settembre 2017 - Il Direttore Generale della FAO, José Graziano da Silva, si è unito all'appello per un rinnovato impegno globale di tolleranza zero nei confronti delle perdite e degli sprechi alimentari. L'appello è stato lanciato nel corso di un evento ad alto livello alla 72a sessione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dedicato ad affrontare le perdite e gli sprechi alimentari come percorso obbligato per raggiungere l'Obiettivo di sviluppo sostenibile 2: Fame Zero.

"La tolleranza zero nei confronti delle perdite e degli sprechi di cibo ha senso anche dal punto di vista economico. È stato dimostrato che per ogni dollaro che società hanno investito per ridurre la perdite e sprechi, esse hanno risparmiato 14 dollari in costi operativi", ha dichiarato Graziano da Silva nel suo intervento. "Investire in misure per prevenire le perdite e gli sprechi di cibo significa anche investire in politiche a favore dei poveri, in quanto così si promuovono sistemi alimentari sostenibili per un mondo a fame zero", ha aggiunto. Ogni anno un terzo del cibo prodotto per il consumo umano va perduto o sprecato. Queste perdite avvengono lungo l'intera catena di approvvigionamento, dalla fattoria alla forchetta. Oltre al cibo, vi è anche uno spreco di manodopera, di acqua, di energia, di terra e di altri mezzi di produzione. Se la perdita di cibo e gli sprechi fossero un paese, esso sarebbe la terza più alta emittente nazionale di gas serra.

 

“Quella che sta vivendo l’Abruzzo per gli incendi è un’emergenza gravissima. Ad oggi, ma l’elenco è in continuo aggiornamento, il territorio di 89 comuni abruzzesi su un totale di 305  (siamo a quasi 1 comune su 3) è stato interessato dalle fiamme”. Lo dichiara il vicepresidente del WWF Italia Dante Caserta che aggiunge: “La situazione del Parco della Majella è emblematica: è incredibile che un Parco nazionale possa bruciare per 10 giorni senza che si riesca a risolvere la situazione. Non solo bisogna utilizzare tutti i mezzi a disposizione per spegnere il più presto possibile quell’incendio, ma anche individuare e correggere cosa non ha funzionato perché situazioni come queste semplicemente non devono verificarsi mai più”.

 

Ministero acquisisce agli atti  l’ordinanza Tribunale Acque sui prelievi nel Lago di Bracciano

L’Osservatorio del Distretto Idrografico Appennino Centrale ha aggiornato il quadro delle dichiarazioni dello stato d'emergenza approvate con due distinte delibere dal Consiglio dei Ministri dello scorso 7 agosto. Nel corso della riunione straordinaria di ieri è stato infatti dichiarato lo stato di emergenza per le crisi idriche che interessano le Regioni Lazio ed Umbria e le Regioni Marche e Toscana hanno avanzato la richiesta di dichiarazione dello stato d'emergenza, la cui istruttoria è attualmente in corso. Alla sesta riunione straordinaria dell’Osservatorio permanente sugli usi idrici, che si tenuta presso la sede dell’Autorità di distretto dell’Appennino Centrale, hanno partecipato oltre al Ministero dell’Ambiente, all’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino Centrale e al Dipartimento della Protezione Civile, anche la Regione Lazio, la Regione Molise, la Regione Umbria, la Regione Marche, la Regione Abruzzo, l’Istat, Utilitalia, l’ATO 2 Lazio Centrale e Acea ATO 2. Presente inoltre l’On. Stella Bianchi, della Commissione ambiente della Camera dei Deputati.

Un recente studio dell’Isac-Cnr evidenzia come i microrganismi che vivono nel ghiaccio marino antartico influenzino la composizione dell’aerosol atmosferico e la sua capacità di formare nubi, con possibili effetti su precipitazioni e clima. Il lavoro pubblicato su Scientific Reports

 

Il ghiaccio marino polare rappresenta uno dei più grandi ecosistemi del pianeta ed è composto da un ambiente complesso, caratterizzato da condizioni estreme, che tuttavia ospita al suo interno una grande varietà di microrganismi in grado di tollerarle. La presenza di questi microrganismi e la loro vita all’interno del ghiaccio marino risulta fondamentale non solo per la biologia degli oceani ma anche per la composizione dell’atmosfera soprastante, con importanti conseguenze potenziali sul clima globale. È questa una delle conclusioni di un team internazionale che coinvolge ricercatori dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche (Isac-Cnr), in un lavoro pubblicato sulla rivista Scientific Reports. “Lo studio coordinato dall'Istituto di scienze marine, Icm-Csic di Barcellona (Spagna), afferma che il ghiaccio marino, grazie al metabolismo degli organismi che vivono al suo interno, risulta una delle principali fonti di azoto organico contenuto nel particolato atmosferico di alcune regioni dell’Oceano Australe limitrofe alla calotta antartica”, dice Marco Paglione, assegnista di ricerca presso l’Isac-Cnr di Bologna. “La concentrazione e la composizione del particolato atmosferico (o aerosol) a loro volta contribuiscono in maniera sostanziale alla formazione e alle caratteristiche delle nubi, elementi chiave nella regolazione del clima di tutto il pianeta”.

 

Figura 1. Struttura chimica del polimero con la rappresentazione della sua struttura bidimensionale

 

Un team di ricercatori dell’Istituto per la tecnologia delle membrane del Cnr di Cosenza, in collaborazione con le Università di Edimburgo, della Pennsylvania e della Florida, ha composto delle membrane con materiali polimerici altamente porosi, capaci di filtrare la CO2. Lo studio è pubblicato sulla rivista Nature Materials

 

Sviluppare nuove membrane per separare la CO2 presente a livello atmosferico è una delle soluzioni più promettenti per risolvere il problema dei gas serra. Ci sono riusciti alcuni ricercatori dell’Istituto per la tecnologia delle membrane del Consiglio nazionale delle ricerche di Cosenza (Itm-Cnr) in collaborazione con le Università di Edimburgo, statale della Pennsylvania e della Florida. Lo studio è stato pubblicato nella rivista scientifica Nature Materials. “Le membrane sono state preparate con nuovi materiali polimerici porosi, aventi una particolare struttura bidimensionale che garantisce un’elevata microporosità a livello molecolare”, spiega Alessio Fuoco (Itm-Cnr) coautore dello studio, “che può essere considerata come un micro-labirinto che permette un passaggio più veloce delle molecole piccole rispetto a quelle più grandi, o delle più solubili rispetto a quelle meno solubili. L’elevata microporosità, combinata con la rigidità, permette a questi materiali di offrire combinazioni uniche di permeabilità e selettività, che oltrepassano l’attuale stato dei materiali usati in membrane commerciali”.

 

Ricercatori dell’Igg-Cnr, in collaborazione con Università di Barcellona, di Lisbona e Università della California a Irvine dimostrano il nesso tra siccità e aumento delle superfici coinvolte dagli incendi boschivi e prevedono per i prossimi anni un incremento, soprattutto nelle zone a Nord dell’Europa mediterranea. I risultati sono pubblicati su Scientific Reports

Nei prossimi decenni il rischio di incendi boschivi in area Mediterranea potrebbe aumentare a causa di condizioni climatiche più aride. È quanto conclude un articolo pubblicato sulla rivista Scientific Reports, nel quale un team che coinvolge l’Istituto di geoscienze e georisorse del Consiglio nazionale delle ricerche (Igg-Cnr) e le Università di Barcellona, di Lisbona e della California a Irvine ha sviluppato dei modelli matematici in grado di prevedere pericolosità ed estensione degli incendi boschivi. “In base all’analisi dei dati cerchiamo di determinare relazioni empiriche ma strette fra variazioni delle condizioni di siccità e aree bruciate”, spiega Antonello Provenzale, direttore dell’Igg-Cnr. “Sebbene la maggior parte degli incendi sia innescata da attività umane, dolose e non, abbiamo constatato che le condizioni climatiche influenzano la propagazione e quindi l’estensione dell’incendio”. Le variabili prese in considerazione sono l’area bruciata, Burned area (Ba), e la siccità quantificata tramite Spei (Standardized Precipitation Evapotranspiration Index, http://spei.csic.es/), un indice che misura la differenza fra precipitazione ed evapotraspirazione (perdita d’acqua dal suolo). “Studiando le variazioni annuali di Spei e Ba, analizziamo le anomalie, ovvero quanto, in un certo anno, i valori di Spei e Ba deviano rispetto alla loro media”, prosegue Provenzale. “In generale, i dati mostrano che le anomalie di area bruciata seguono in modo pressoché lineare le anomalie dello Spei, vale a dire, se l’anomalia di Spei nel senso dell’aridità in un certo anno raddoppia rispetto all’anno precedente, anche l’area bruciata tenderà ad essere il doppio di quella dell’anno precedente”.



Esce oggi on-line l’e-book “Caring for our soil – Avere cura della natura dei territori”, il Report 2017 del WWF Italia (scaricabile qui) che vede il contributo di 27 tra docenti universitari (Camerino, Firenze, L’Aquila, Roma Tre, Tuscia), esperti di Istituti di Ricerca (ISPRA e ISTAT), rappresentanti delle Istituzioni (come la Commissione Europea). Il Report offre analisi e proposte originali utili alla comprensione delle dinamiche del consumo di suolo in atto e per governare lo sviluppo delle aree urbanizzate, garantendo nel contempo, la tutela e la resilienza del patrimonio naturale e l’adattamento ai cambiamenti climatici. Fa così un ulteriore salto di qualità l’elaborazione del WWF che nel 2013 e nel 2014 ha già prodotto sull’argomento i report “Riutilizziamo l’Italia”.

Il Report WWF nel 2017 presenta infatti elaborazioni originali che favoriscono una lettura analitica più raffinata di ciò che sta avvenendo nel nostro Paese:
  •    Un territorio polverizzato - Se oltre alla espansione urbana consideriamo le infrastrutture, scopriamo che la quota di territorio che si può considerare completamente artificializzato nel nostro Paese sale dal 7% al 10% e che aver investito prevalentemente nella realizzazione di strade e autostrade ha favorito la diffusione di una peculiare patologia nazionale: la polverizzazione dell’edificato, a bassa densità, in aree molto vaste (sprinkling), facilitata dallo squilibrio in favore della mobilità su gomma (l’Italia è seconda solo al Lussemburgo nella classifica europea della motorizzazione privata: con 608 veicoli per 1000 abitanti).
  •   Isole di Natura - Una patologia quella dello sprinkling che, come viene ricordato nel Report WWF, incide sulla rete ecologica e contribuisce alla insularizzazione degli habitat naturali più preziosi del nostro Paese. Nella fascia di 1 km in immediata adiacenza ai Siti di Interesse Comunitari, negli ultimi 50 anni, l’urbanizzazione è salita da 84mila ettari a 300mila ettari, con un incremento medio su scala nazionale del 260%, dilapidando così il nostro capitale naturale.

 

 Installation mowed into the grass at Leicester’s Abbey Park marks the opening of two exhibitions at University of Leicester arts centre

 Installation forms part of ‘Leicester: Memories of Industry’, 10 June – 20 August at Attenborough Arts Centre. One man went to mow, quite literally, to create a stunning new outdoor art installation for the Attenborough Arts Centre, the University of Leicester’s arts centre. During the bright days of summer, the task of mowing the lawn is considered by most to be an inevitable chore. But artist Graham Ensor is using mown grass to literally imprint Leicester’s industrial past into its natural landscape, with an artwork created in the city’s Abbey Park for the public to appreciate and enjoy. The installation ‘Indus Tree – revolution’ forms part of ‘Leicester: Memories of Industry’, two new exhibitions by the Attenborough Arts Centre, the University of Leicester’s arts centre, from 10 June to 20 August that explores the influence of Leicester’s industrial legacy on its urban and natural landscapes.

Like many areas in Central Europe, large parts of the Black Forest are covered by spruce forests. These are particularly susceptible to climate change. Photo: Jürgen Bauhusertal_(Jürgen Bauhus)

Silver and Douglas firs could replace Norway spruce in the long run due to their greater resistance to droughts

As the climate change progresses, droughts are expected to become more and more common and more intense in Europe, as in many parts of the globe. However, many plants are not able to handle this kind of climate. This includes the Norway spruce, which is Germany’s most important commercial tree species and accounts for the majority of trees in the Black Forest. Valentia Vitali and Prof. Dr. Jürgen Bauhus from the Chair of Silviculture at the University of Freiburg are thus studying other types of needle-leaved conifers to find alternatives. Conifers play a far greater role in commercial forestry and climate protection than broad-leaved trees. In their article “Silver Fir and Douglas Fir Are More Tolerant to Extreme Droughts than Norway Spruce in South-Western Germany” published in the journal Global Change Biology, the scientists concluded that the native silver fir and the Douglas fir, which was imported from the Americas, are suitable tree replacements for the Norway spruce in the long run.

L’osservatorio Climatico-Ambientale di Isac-Cnr a Lecce

Un gruppo di ricerca dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima (Isac) del Cnr di Lecce ha pubblicato uno studio sui potenziali effetti dannosi causati a livello cellulare dal particolato atmosferico. Lo studio, condotto in collaborazione con l’Università del Salento, dimostra che il potenziale ossidativo dipende dalla composizione chimica del particolato più che dalla sua concentrazione

Che il particolato atmosferico – l’insieme di polveri o particelle solido-liquide sospese nell’aria - abbia effetti dannosi per la salute umana è cosa nota: per questo motivo, nella comunità scientifica internazionale, il potenziale ossidativo è sempre più studiato come indicatore di rischio. Ora uno studio condotto da un gruppo di ricerca dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche (Isac-Cnr) di Lecce dimostra come il potenziale stress ossidativo vari a seconda della composizione chimico-fisica e delle sorgenti del particolato stesso: la tossicità per la salute umana dipenderebbe sensibilmente, quindi, dalla ‘qualità’ del particolato più che dalla sua concentrazione. Lo studio, condotto in collaborazione con l’Università del Salento, è pubblicato su Atmospheric Environment.

 

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