Ambiente

Ambiente (172)

Un aumento del tasso di raccolta differenziata del 10 per cento produce una riduzione di rifiuti pro-capite dall’1,5 al 2 per cento. Sono i dati di una recente analisi (Recycling and waste generation: an estimate of the source reduction effect of recycling programs) condotta da Giacomo Degli Antoni dell’Università di Parma e da Giuseppe Vittucci Marzetti dell’Università di Milano-Bicocca, appena pubblicata sulla rivista Ecological Economics (https://doi.org/10.1016/j.ecolecon.2019.04.002). Nel 2017 in Italia si sono prodotti 489 Kg di rifiuti urbani pro-capite, un dato sostanzialmente in linea con la media europea. La percentuale di raccolta differenziata dei rifiuti solidi urbani è però cresciuta in modo significativo negli ultimi 25 anni, passando dal 5 per cento nel 1995 al 55,5 per cento nel 2017: questo risultato è indubbiamente connesso agli sforzi messi in campo in tema di politiche nella gestione dei rifiuti, sempre più orientate a sistemi di raccolta porta a porta. A livello regionale, la produzione pro-capite di rifiuti urbani presenta una discreta variabilità, passando dai 653 Kg dell’Emilia Romagna ai 346 Kg della Basilicata. In generale, le regioni del Sud, anche per motivi connessi ai livelli di reddito, producono meno rifiuti pro-capite delle regioni del Centro e del Nord. Una simile dicotomia sembra caratterizzare il nostro Paese anche in termine di tassi di raccolta differenziata. Quest’ultima passa da un valore medio del 66,2 per cento al Nord, al 51,8 per cento del Centro e al 41,9 per cento del Sud. A prima vista, nulla sembra quindi indicare un legame virtuoso fra raccolta differenziata e generazione dei rifiuti.
La neve delle Alpi Europee fonde più velocemente a causa delle polveri del Sahara. Lo hanno scoperto i ricercatori del dipartimento di Scienze dell’ambiente e della terra dell’Università di Milano-Bicocca, in collaborazione con Arpa Valle d’Aosta, INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare), ricercatori francesi (Univ. Grenoble Alpes, Météo-France e CNRS) e Max Planck Institute, in Germania. I risultati dello studio Saharan dust events in the European Alps: role in snowmelt and geochemical characterization, condotto da Biagio Di Mauro (assegnista dell’Università di Milano-Bicocca),sono stati recentemente pubblicati sulla rivista internazionale “The Cryosphere”. Grazie all’utilizzo di un modello numerico che ha permesso di simulare la dinamica nivale includendo ed escludendo l’effetto delle polveri, i ricercatori hanno potuto stimare l’effetto delledeposizioni di sabbia sahariana sulla neve nella catena Alpina. Analizzando i dati, i ricercatori hanno appurato che in anni caratterizzati da intense deposizioni sahariane, come nella stagione del 2015/2016, le polveri hanno causato un anticipo della scomparsa della neve di circa un mese - pari a un quinto della stagione nivale - in un sito a 2160 m di quota in Valle d’Aosta.

Un ghiacciaio di plastica

16 Apr 2019 Scritto da

Poliestere, poliammide, polietilene e polipropilene: ovvero plastica, ritrovata per la prima volta su un ghiacciaio italiano da un team di ricerca dell’Università degli Studi di Milano e di Milano-Bicocca nella misura di 75 particelle per ogni chilogrammo di sedimento, un dato comparabile al grado di contaminazione osservato in sedimenti marini e costieri Europei. I risultati sono stati presentati questa mattina a Vienna alla conferenza internazionale dell’European Geosciences Union.

I campionamenti sono stati realizzati nell’estate del 2018 sul Ghiacciaio dei Forni, nel Parco Nazionale dello Stelvio da un team di studiosi dell’Università degli Studi di Milano, formato dalla professoressa Guglielmina Diolaiuti, dal professor Roberto Ambrosini, e dai dottori Roberto Sergio Azzoni e Marco Parolini del Dipartimento di Scienze e Politiche Ambientali, assieme al gruppo di ricercatori dell’Università di Milano-Bicocca, formato dal professor Andrea Franzetti e dalla dottoressa Francesca Pittino.

La contaminazione di microplastiche è ormai diffusa e documentata in molte regioni della Terra ed è ritenuta essere una tra le più impattanti sull’attività umana: ritrovata persino nella Fossa delle Marianne, ha una forte persistenza nell’ambiente, può entrare nella catena alimentare e ha un forte impatto sugli ecosistemi. Nonostante l’ampia diffusione di questa contaminazione, non erano stati ancora condotti studi sulla contaminazione da plastica nelle aree di alta montagna.

La ricerca di un team del Dipartimento Biologia e biotecnologie Charles Darwin della Sapienza, in collaborazione con l’Università di Padova, è la prima a fornire dati ecologici sullo stato di conservazione di questi insetti, fondamentali per il mantenimento di una buona qualità ambientale nelle grandi metropoli. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista PLoS ONE

L'impatto delle città sulla biodiversità animale e vegetale è uno dei temi più studiati in ecologia. Il verde urbano è di vitale importanza per la conservazione della fauna selvatica all'interno delle città. In particolare gli insetti, tra gli organismi più adattabili all'urbanizzazione e presenti anche in zone urbane e inquinate, contribuiscono a servizi ecosistemici essenziali, come l'impollinazione e il controllo biologico di altri insetti dannosi. Il nuovo studio di Daria Corcos e Pierfilippo Cerretti del Dipartimento di Biologia e biotecnologie Charles Darwin, è il primo a fornire dati ecologici quantitativi sullo stato di conservazione di insetti parassitoidi a Roma, la metropoli più verde d'Europa. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista PLoS ONE.


I risultati, pubblicati sulla rivista Current Biology, hanno dimostrato come si regola lo sviluppo e il differenziamento delle cellule nei vegetali. Lo studio coordinato da Sabrina Sabatini del Dipartimento di Biologia e biotecnologie Charles Darwin, in collaborazione con l'Università di Pisa, rappresenta un importante passo in avanti nella comprensione del meccanismo di crescita delle piante
È piuttosto intuitivo che l'attività cellulare debba avere una forma di coordinamento durante la crescita degli organi. Per i vegetali lo sviluppo si basa sull’attività dei meristemi; così sono chiamati in botanica i tessuti di cellule indifferenziate che dividendosi danno origine a nuove cellule.

Un nuovo studio coordinato da Sabrina Sabatini del Dipartimento di Biologia e biotecnologie Charles Darwin, in collaborazione con l'Università di Pisa, ha dimostrato come si regola il meccanismo di sviluppo e differenziamento delle cellule nei vegetali.

I risultati, pubblicati su Current Biology, hanno rivelato l’esistenza di un unico meccanismo che influisce sull'intera attività: è sufficiente infatti regolare i livelli dell’ormone auxina per coordinare la divisione e il differenziamento di tutti i tessuti e avere così una crescita armonica e coordinata dell’organo.

 


E’ quanto emerge da un articolo pubblicato sulla rivista Food Research International da un gruppo di ricercatori del dipartimento di Scienze veterinarie dell’Università di Pisa


Giovani maschi e di buona cultura, ecco gli europei più propensi a consumare gli insetti come cibo. L’identikit emerge da un articolo pubblicato sulla rivista “Food Research International” da un team del dipartimento di Scienze veterinarie dell’Università di Pisa guidato dalla professoressa Gisella Paci e composto dai dottori Simone Mancini, Roberta Moruzzo e Francesco Riccioli. I ricercatori hanno messo insieme e confrontato i dati provenienti da una quarantina di studi pubblicati dal 2012 ad oggi per capire quali categorie di persone più disponibili ad accettare gli insetti nel proprio piatto.
“Gli uomini fra i venti e i trenta anni sono i consumatori più interessati, soprattutto per una questione di curiosità – spiega Simone Mancini che sta svolgendo alcuni progetti di ricerca sul tema degli insetti edibili – e questo vale sia al livello italiano che europeo, come indicano le ricerche svolte sulle fasce di popolazione più giovani come ad esempio gli studenti universitari”.

Utilizzati in Pianura Padana e rinvenuti in alta quota alcuni pesticidi per l’agricoltura possono minacciare le larve di insetti dei torrenti glaciali alpini. È quanto sostiene lo studio dell’Università di Milano-Bicocca “Analisi spazio-temporale e caratterizzazione del rischio di pesticidi in acque di fusione dei ghiacciai alpini” (https://doi.org/10.1016/j.envpol.2019.02.067), pubblicato sulla rivista Enviromental Pollution.

La ricerca, volta a investigare la presenza nei ghiacciai Alpini di una selezione di pesticidi largamente usati in Pianura Padana, è stata realizzata dal gruppo di ecotossicologia di Milano-Bicocca, coordinato da Sara Villa, ricercatrice in ecologia, in collaborazione con il gruppo di glaciologia, guidato da Valter Maggi, docente di geografia fisica e geomorfologia del dipartimento di Scienze dell’Ambiente e della Terra dell’Ateneo.

Grazie all’analisi di una carota di ghiaccio prelevata dal ghiacciaio del Lys, nel massiccio del Monte Rosa, è stato possibile evidenziare una forte correlazione tra gli usi, dal 1996 a oggi, dell’insetticida chlorpyrifos e dell’erbicida terbutilazina nelle aree agricole italiane limitrofe alle Alpi e le quantità ritrovate nella massa glaciale. Il gruppo di ecotossicologia, inoltre, ha raccolto e analizzato campioni di acqua di fusione da sei ghiacciai alpini (Lys nel gruppo del Monte Rosa, Morteratsch nel Massiccio del Bernina, Forni nel gruppo dell’Ortles Cevedale, Presena nel gruppo della Presanella, Tuckett nel gruppo del Brenta e Giogo Alto nel gruppo del Palla Bianca-Similaun), nei quali lo scioglimento primaverile del manto nevoso determina il rilascio dei contaminanti immagazzinati.

 

DUE RICERCATRICI ISPRA STUDIANO CARBONIO E PLASTICHE IN AMBIENTI ESTREMI

 

Lungo la rotta seguita dalla nave, prelevati 75 campioni di acqua sia superficiale (61 stazioni) che a diverse profondità (14 campioni); su tutti, verranno effettuate analisi di carbonio organico e azoto particellati (POM), carbonio organico disciolto (DOC) e su alcuni di essi verrà analizzata la componente organica non direttamente utilizzabile dagli organismi viventi.

 Queste le attività condotte dalle due ricercatrici dell’SPRA, Cecilia Silvestri e Flavia Saccomandi, nella loro spedizione in Antartide con i partner inglesi del British Antartic Survey (BAS), iniziata il 27 dicembre 2018 e terminata lo scorso 17 febbraio.

Gli studi hanno come finalità un approfondimento sul carbonio sia legato al suo ciclo naturale nell’ambiente (ad esempio l’emissione di anidride carbonica in atmosfera a seguito dei processi di consumo come nutrimento per gli organismi), sia come trasportatore a lunga distanza di sostanze pericolose. I risultati ottenuti da questi studi, condotti in ambiente remoto, caratterizzato dall’assenza di interferenze dovuta alla presenza antropica, possono essere trasferiti in ambiente mediterraneo.

L’Oceano meridionale è considerato come “regione di riferimento” per tutti quei processi che coinvolgono lo scambio naturale di anidride carbonica tra l’atmosfera e l’acqua. Se si conosce il punto di partenza, cioè quello naturale, è possibile valutare gli incrementi dell’attività umana.

Saranno inoltre effettuati studi sulle plastiche; la loro analisi in area remota può consentire la quantificazione dei livelli di riferimento della contaminazione diffusa nei mari. Sia lo studio delle microplastiche che del carbonio saranno condotti con tecniche analitiche estremamente all’avanguardia.

La ricerca condotta dalle Università di Pisa e Monastir in Tunisia è stata pubblicata sulla rivista scientifica “Chemistry and Biodiversity”

 

Gli scarti agricoli delle coltivazioni possono diventare fonti di preziosi oli essenziali dalle elevate proprietà antimicrobiche, una scommessa che è diventata realtà grazie ad uno studio realizzato dalle dell'Università di Pisa e Monastir in Tunisia. La ricerca pubblicata sulla rivista “Chemistry and Biodiversity” si è concentrata sulle parti “non convenzionali” delle carote gialle ed arancioni e di alcune varietà di finocchio. In particolare dalle foglie e dai fusti senza fiori, i biotecnologi, i farmacologi ed i fitochimici delle due università hanno estratto e caratterizzato oli essenziali che si sono rivelati particolarmente efficaci contro vari microorganismi patogeni, fra cui lo stafilococco aureo, il bacillo del fieno, la almonella enterica, l’Escherichia coli e la Candida albicans. Il risultato più rilevante si è avuto con l'olio essenziale di finocchio della varietà “azoricum” che, nei confronti della candida, si è dimostrato anche più efficace del farmaco antifungino di sintesi di riferimento (amfotericina B).

 

Prima dell’accoppiamento sembra si corteggino per giorni e che al risveglio si salutino con una ‘danza’. Sono i cavallucci marini, quelle 54 specie di piccoli pesci che vivono in acque basse, che da sempre ispirano curiosità per la loro buffa forma e hanno molto da insegnare su amore e “vita di coppia”.


Per questo, a San Valentino, il WWF ha deciso di raccontare qualcosa in più su questo curioso animale.

I cavallucci marini si nutrono di piccoli crostacei che galleggiano nell’acqua o strisciano sul fondo, catturati grazie alla loro capacità di mimetizzarsi e a un’enorme pazienza. Ogni volta che ingeriscono qualcosa producono un “click”, lo stesso suono che si ascolta quando interagiscono fra loro. Al sorgere del sole, la coppia di cavallucci marini si dà il buongiorno con una “danza nuziale” di circa 6 minuti: un rituale mattutino utile per riallacciare i rapporti con il compagno. Il maschio e la femmina, mentre danzano, cambiano colore passando da un arancione sbiadito a uno brillante e spesso si attaccano con la coda agli steli delle alghe, che offrono riparo. Quando il maschio è pronto, i cavallucci si accoppiano, ma è la femmina a depositare fino a 1.500 uova nella sacca del maschio, che le cova dai 9 ai 45 giorni e partorisce i piccoli in acqua.

 

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