INTERNET VINCE SULLA SALA

Margherita Lamesta 18 Nov 2012
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Marfa girl di Larry Clark

Marc’Aurelio d’oro al Festival Internazionale del film di Roma 2012

A partire dal suo primo libro fotografico, Tulsa, datato 1971, nello scorcio di quarant’anni, Larry Clark si conferma coerente con se stesso. La rappresentazione della violenza, l’abbrutimento umano, le psicopatologie dei cosiddetti soggetti normali, l’attenzione verso gli adolescenti e una sessualità esplicita, sono i temi di Marfa girl, Marc’Aurelio d’oro alla settima kermesse cinematografica della capitale. Il tutto è vissuto a Marfa, cittadina sperduta del Texas, di fatto terra di confine tra Usa e Texas, un luogo abbandonato a se stesso e completamente privo d’identità. 

La durezza del racconto e il coraggio dell’autore sono rivelati da inquadrature malferme e un’estetica straniante, che si affida a strade polverose, case fatiscenti, simili a magazzini dismessi, privi totalmente di un’atmosfera di “casa” e volti inespressivi, che esprimono al meglio la solitudine e l’alienazione degli abitanti di Marfa. Non c’è via di scampo se l’alienazione è totale e l’abbrutimento senza ritorno. Le generazioni si confondono senza neppure rappresentare i più rudimentali segni distintivi di ognuna, poiché non vi sono più i segni distintivi di una generazione, al punto che l’omicidio a bruciapelo di qualcuno che molesta la propria madre diventa liberatorio.

Eppure, tra tanta desolazione e noia, che esplode in comportamenti pericolosamente patologici, s’intravede una lieve speranza concessa, nel finale, dal rito esoterico, che sembra voler guarire-purificare-aprire i chakra, attraverso il suono acuto di un canto dell’anima di cui si serve la guaritrice. Quasi un richiamo al capolavoro di Spielberg datato 1977, Incontri ravvicinati del terzo tipo. In Spielberg la musica serviva a decodificare il contatto con gli UFO, che avviene attraverso la figura di un bimbo; anche nel film di Clark il suono musicale della ragazza ha potere di comunicazione profonda, ha facoltà di riequilibrio e le note acute usate mostrano una chiara relazione con la voce di un bimbo.

Dunque, freddezza, alienazione, assenza di moralismo e stanco riporto di una situazione-limite, che ciononostante non perde il suo anelito verso la speranza. È questo, in sintesi, il messaggio del regista dell’Oklaoma, che ben conosce la sua terra e la provincia americana. Il film vincitore del Festival di Roma 2012 non sarà in sala, essendo stato pensato per il pubblico di internet. Anche in questo il film si rivela un’interessante novità. Quanto al suo parallelismo con il Film di Franchi, E la chiamano estate, in fatto di indagine sulla sessualità e le sue storture, credo che il Nostro abbia molto da imparare dagli States. Non è un capolavoro Marfa girl, beninteso, ma certamente si tratta di un prodotto ben confezionato.

 

Margherita Lamesta

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